Isis: Occidente senza strategia

È in corso una guerra globale in cui lo stato islamico si ingrandisce e potenzia. E noi ci stiamo abituando, inerti, a un mondo per noi sempre più piccolo

Attentato di Sousse: omaggio alle vittime

Sousse, Tunisia, 28 giugno 2015. "Perché sono morti?" scritto sulle pagine di un libro poggiato tra i fiori. – Credits: Jeff J Mitchell/Getty Images

L’Isis ci fa la guerra e noi non abbiamo né un condottiero né una strategia con cui rispondere. Ma soprattutto, siamo incapaci di riconoscere la gravità dell’attacco.
Per affrontare le guerre bisogna sentirsi davvero in pericolo. Ma questa percezione del pericolo, nonostante il proliferare di video terrificanti e il susseguirsi di attentati dell’Isis, ancora non l’abbiamo maturata. È in corso una guerra globale, mondiale, dal Pakistan al Mali, dalla Danimarca allo Yemen. Le migliaia di profughi che raggiungono ogni settimana le nostre coste sono l’onda lunga di conflitti che si combattono nel Corno D’Africa, in Medio Oriente e nell’Africa sub-sahariana. L’Europa è un’isola che si crede felice, tormentata certo dalla crisi economico-finanziaria, dallo choc della possibile uscita della Grecia dall’Euro (anche se alla fine il problema è principalmente dei greci), minata all’interno da pulsioni ribelli sensibili agli appelli al Jihad, la guerra santa. Eppure, ci siamo quasi rassegnati a non reagire. A limitare le perdite. Ad abbozzare.

Sei milioni di francesi musulmani, 1 milione e 200mila italiani musulmani, comunità islamiche dalla Gran Bretagna al Belgio, per non parlare della ex Jugoslavia, costituiscono un bacino di potenziali fondamentalisti che per la legge dei numeri non può e non deve essere sottovalutata, eppure stiamo a lambiccarci non su come contrastare il terrorismo, ma su quanto sia giusto colpevolizzare l’Islam in quanto tale. Ci confrontiamo con strateghi della comunicazione che hanno dimostrato un’abilità straordinaria. Sul terreno, la decisione di limitare la coalizione anti-Isis all’addestramento e ai raid aerei, di fatto delega il lavoro sporco della prima linea e dello stivale nella sabbia a combattenti curdi e peshmerga sciiti. Noi non ci sporchiamo le mani.

Obama ritiene che qualsiasi più incisivo coinvolgimento diretto di truppe americane sia da evitare, per non scoperchiare il Vaso di Pandora dell’Islam e non far ritrovare gli Stati Uniti nella palude di un’altra guerra asimmetrica. Tuttavia, astenersi dallo scontro significa accettare di perdere la guerra. L’Isis è ormai consolidato come Stato, è diventato Siraq, perché si estende attraverso la frontiera fra Siria e Iraq e controlla un territorio di vaste dimensioni. In Libia è arrivato per una sorta di franchising, tramite l’adesione di movimenti estremisti (preesistenti) a un marchio di successo. Franchising che dal web passa al terreno, sventolando le bandiere nere del Califfato sul lato opposto del Mediterraneo.

Un terrorista armato di Kalashnikiov che fa strage di turisti su una spiaggia del golfo di Hammamet in Tunisia, al di là delle 38 (bilancio provvisorio) vittime per lo più britanniche e tedesche, rappresenta forse agli occhi delle leadership europee un incidente di percorso trascurabile, seppur devastante dal punto di vista mediatico. Ma via via che ci vengono inflitti colpi, e con mezzo pianeta infiammato dallo scontro anche se le notizie non ci arrivano (perché non c’è più la copertura dei giornalisti inviati di guerra, razza in via di totale estinzione), noi ci stiamo abituando a un mondo sempre più piccolo e a una ferocia quotidiana frammentata e puntuale, non abbastanza organizzata per apparire come quella minaccia globale che pure è.

È ovvio che sbagliamo. Così come sbaglia Obama a inviare messaggi di debolezza sul campo come la scelta di non perseguire più penalmente i familiari degli ostaggi, anzi di aiutarli a trattare con boia e rapitori.

Il problema? In Europa e America manca una leadership capace di vedere che la Terza guerra mondiale è già scoppiata e che sono in gioco non solo i nostri valori, ma la nostra sopravvivenza. La Storia rischia di travolgerci, mentre si tengono tavoli affollati di coalizioni anti-Isis e di protagonisti della UE che mettono in scena solo i contrasti e le divisioni tra 28 azionisti del Cda continentale. Il paradosso è che negli ultimi anni abbiamo speso le nostre forze (militari e morali) per abbattere in Libia Gheddafi, in Egitto Mubarak e in Siria Assad, cioè i baluardi della stabilità rispetto al fervore e alla portentosa avanzata dei tagliagole del Califfo. Per fermare i jihadisti ci vorrebbe un leader. Un De Gaulle, un De Gasperi, un Bush Sr., un Kohl. Invece abbiamo Hollande, Renzi, Obama e Angela Merkel.

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