Cronaca

'O ninno ha deciso di cantare

Antonio Iovine, l'ex vicere del temibile clan dei casalesi che il pm Cantone definì il Bernardo Provenzano della camorra, ha deciso di collaborare: ritratto e carriera criminale del boss  arrestato quattro anni fa

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'O ninno, ha deciso di collaborare. Antonio Iovine, il boss-manager dei Casalesi, secondo alcune indiscrezioni starebbe collaborando con i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, svelando gli affari e i legami di uno dei più potenti clan di camorra: dalle attività criminali, alle guerre fra clan per finire ai rapporti con esponenti politici.

Nato il 20 settembre 1964 a San Cipriano d’Aversa, uno di quei comuni ad alta densità criminale e che, a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, viene sciolto due volte per infiltrazione camorristica. Iovine per anni ha incarnato il ruolo di viceré del clan dei Casalesi; arruolatosi giovanissimo nella camorra, da questo il nomignolo di o’ ninno, a vent’anni aveva già commesso due omicidi; il 5 dicembre del 1995 scompare dalla circolazione insieme al capo dei Casalesi, Michele Zagaria (alias Capastorta). L’anno dopo entra a far parte della lista dei dieci latitanti più pericolosi d’Italia. Si trasferisce a Roma dove gestisce la discoteca Gilda, controlla diversi ristoranti e locali di lusso, situati in vicinanza di ministeri e centri di potere, e tenta anche l’acquisizione della squadra di calcio della Lazio.

Il sodalizio tra i due boss si chiude il 22 giugno del 2006 quando, a seguito di un’inchiesta dei Ros dei carabinieri, viene colpito e annientato l’impero di Zagaria. Capastorta cade in disgrazia e ‘O ninno diventa a tutti gli effetti l’unico referente della camorra nella Capitale e, soprattutto, nella politica che conta, anche perché lui con la politica ci sa fare. Sempre nel 2006 le forze dell’ordine arrivano ad un passo dalla sua cattura. Casualmente viene fermato a un posto di blocco ma, dopo il controllo dei documenti, gli agenti lo lasciano andare. Rientrati in centrale, gli agenti riconoscono una foto segnaletica appesa in bacheca che ritrae lo stesso uomo fermato poco prima.

Nonostante la sua base sia a Roma, Antonio Iovine mantiene i suoi uffici di rappresentanza nel suo paese d’origine, tanto che nelle stanze del comando della polizia municipale, dove un fratello, Giuseppe, era vigile urbano, si svolgono summit per organizzare attentati e affari criminali.

I magistrati Raffaele Cantone e Antonello Ardituro, che hanno dedicato la loro vita alla lotta alla camorra e ai casalesi, lo paragonano al numero uno della mafia, Bernardo Provenzano.

Giovanni Falcone diceva: “anche la mafia ha un inizio e ha una fine”, e la fine di Antonio Iovine avviene alle 15 e 30 del 17 novembre del 2010. Come tutti i boss della criminalità organizzata, ‘o ninno non viene catturato chissà in quale misterioso rifugio, ma nella sua terra, a Casal di Principe, in una villetta in via Cavour. Quando gli agenti della Squadra Mobile di Napoli fanno irruzione, lui sta sorseggiando una tazzina di caffè e non può far altro che esclamare: “Calmi, calmi, sono io!”

Al momento dell’arresto, l’impero di Iovine era fatto di 54 società, 600 depositi bancari e postali e 235 fra auto e moto, naturalmente il tutto intestato a prestanome.

Alla proposta dei magistrati di collaborare, rispose: “Se dovessi collaborare con la giustizia mi toccherebbe raccontare la verità…

A distanza di quattro anni sembra essere giunto il momento per il boss-manager dei Casalesi di raccontare quella verità di anni di sangue, vicende criminose e commistioni con la politica.

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