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Il sismologo de L'Aquila: "La mia condanna è illogica". E firma i referendum radicali

Rompe il silenzio Enzo Boschi, il geofisico condannato a sei anni di reclusione per non aver previsto il terremoto de L'Aquila: "La battaglia per una giustizia giusta non può più essere rimandata"

In salvo....

Una donna estratta dalle macerie viene soccorsa all'Aquila il 6 aprile 2009 (Credits: ANSA/ Peri/ Percossi)

Rompe il silenzio Enzo Boschi, il geofisico condannato a sei anni di reclusione per non aver previsto il terremoto de L'Aquila. L'occasione è l'annuncio della presentazione a Bologna di "Condannati Preventivi", il pamphlet denuncia sugli eccessi del potere giudiziario scritto dalla giornalista di Panorama Annalisa Chirico. "La battaglia per una giustizia giusta - dichiara Boschi - non può più essere rimandata. E' una priorità indiscutibile non lasciare a discrezionalità non ben definite e a poteri al di sopra di ogni possibilità di verifica e di critica la sorte di comuni cittadini, i diritti dei quali non sempre vengono adeguatamente difesi e rispettati". "Ho firmato i referendum radicali - continua Boschi - perché vivo sulla mia pelle la lacerazione di una sentenza illogica, conseguenza di un vero e proprio processo ai metodi della moderna ricerca scientifica"."Condannati preventivi" (ed. Rubbettino, 2012) sarà presentato domani, giovedì 12 settembre, alle ore 18 presso la Libreria Zanichelli di piazza Galvani a Bologna. Insieme all'autrice e ad Enzo Boschi, ci saràLibero Mancuso, già presidente della Corte d'assise di Bologna. L'evento sarà registrato da Radio Radicale. 

“Il libro chiarisce bene che le nostre prigioni fuori legge sono il punto di capitolazione di un sistema che è malato fin dalla testa (…) e che è trascinato ancora più in basso da un’opinione pubblica in preda a una persistente intossicazione forcaiola”
 La Lettura del Corriere della Sera, 5 maggio 2013

“Ci sono libri che hanno il merito inestimabile di infrangere un tabù, e "Condannati preventivi" è uno di questi. Un volume controcorrente: se quasi un detenuto su due è recluso in regime di carcerazione preventiva, esiste un “caso Italia”.
 

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