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Il diritto di Israele a difendersi e le incognite della diplomazia

Egitto e USA decisivi per la tregua. Ma troppo razzismo dietro all'ostilità anti-ebraica - Le immagini - La posizione degli Usa - Israele siamo noi - Le vittime innocenti

Stella di David

Un uomo soffia in un corno mentre sventolano bandiere israeliane durante una manifestazione di sostegno  all'operazione militare di Israele a Gaza, presso l'Università Ebraica di Gerusalemme, 15 novembre, 2012 (Credits: REUTERS/ Ammar Awad)

Israele non entra a Gaza, per il momento, nonostante che continuino i lanci di razzi sui civili israeliani nel Sud del Paese. Ed è una giusta decisione, se e fin quando sarà possibile una soluzione diplomatica del conflitto. Israele chiede solo sicurezza. Che cessino i lanci di razzi e che siano neutralizzati i missili iraniani puntati dalla Striscia su Tel Aviv. Legittima richiesta, che accompagna una legittima difesa.

I morti tra i civili a Gaza sono purtroppo il risultato della “politica” di Hamas degli scudi umani, che trasforma la popolazione civile (e i bambini) in deterrenti contro le rappresaglie militari conseguenti ai lanci. E sono anche l’effetto del prolungarsi degli scontri, che da una fase totalmente pianificata con obiettivi certi e limitati rischia di estendersi e implicare un margine superiore di errori e danni collaterali. Certo, è facile per i media internazionali rimproverare a Netanyahu e ai suoi ministri della Difesa e degli Esteri di non aver elaborato una strategia complessiva per Gaza. È facile pure addossare alla dirigenza israeliana la responsabilità di un oggettivo isolamento internazionale.

Il fatto è che Israele si difende. Se cessano gli attacchi da Gaza, cessa pure l’offensiva israeliana. È così difficile comprenderlo? È facile per quanti si trovino lontano o che non abbiano avuto esperienze di guerra, invocare la pace, l’equidistanza e la via diplomatica. Sul terreno, il contesto è tutto un altro. C’è una drammatica emergenza sicurezza. È una questione di vita o di morte. Di sopravvivenza, integrità dello Stato e protezione dei cittadini. Poi c’è il resto, cioè la diplomazia. Guai augurarci un Israele più debole, infiacchito da un più esteso fronte mondiale ostile alla sua stessa esistenza “sulla faccia della Terra”.

Israele è il perno dell’Occidente democratico in Medio Oriente.  

Ricordiamo i fatti. Ben dodicimila razzi sono piovuti sul Sud di Israele dal 2006. Il lancio di missili Fajr5 di fabbricazione iraniana su Tel Aviv, una tonnellata ciascuno per 10 metri di lunghezza arrivati in un territorio (la striscia di Gaza) che si definisce “sotto assedio”, dimostra che le forze (statuali e no) anti-israeliane nell’area non sono limitate alla militanza e protesta dei palestinesi di Hamas, ma includono Teheran, il nuovo Egitto del leader dei fratelli musulmani Mohamed Morsi (incalzato in casa dagli estremisti salafiti ben più che dalle fragili componenti dell’Islam liberale e moderato) e poi la Turchia islamista (seppure temperata da radici fondative laiche) di Erdogan, e il Qatar e l’Arabia Saudita. Un fronte variegato, più ostile verso Israele di quello precedente alla “primavera araba”.

Non aiuta l’evoluzione in questi anni del contesto tradizionalmente filo-israeliano. L’Europa è incapace di svolgere un ruolo quale che sia nel Mediterraneo (che pure è il Mare Nostrum). Emblema dell’assoluta ininfluenza è l’ex premier britannico Tony Blair, inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, UE, Russia, ONU), che risulta desaparecido.

L’unico vero ancoraggio di Israele restano gli Stati Uniti (e un po’ forse la Russia, divisa tra l’alleanza con paesi anti-israeliani come la Siria e la percezione della minaccia strategica dell’Islam per il mondo slavo). Sarà pure democratico il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, per di più con molta ruggine nei rapporti personali con Netanyahu, ma nei momenti decisivi l’America è comunque sempre stata (e sempre sarà) al fianco di Israele. I protagonisti della possibile mediazione tra Hamas e Israele (interlocutori che non si parlano) sono il presidente egiziano Mohamed Morsi e il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, attesa in questi giorni al Cairo, a Tel Aviv e a Ramallah in Cisgiordania.

Purtroppo, perde sempre più potere la fazione moderata palestinese di Al Fatah, in proroga di governo con Abu Mazen in difficoltà tra gli stessi palestinesi della Cisgiordania.

A Israele non appartiene la “cultura del martirio” palestinese. Israele non ama la guerra. Ama la sicurezza. E sicuramente preferisce la diplomazia alle armi. Ma la sua priorità, adesso, è difendersi. E chi contesta questo diritto, soprattutto in Occidente, tradisce un pregiudizio che sa (e spesso anche si connota) di razzismo.

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