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Il coraggio di Woolwich, l'ignavia di Niguarda

Non è vero, come sostiene Severgnini, che la nostra assuefazione alla violenza spiega l'incomprensibile mollezza della reazione degli italiani di fronte a un episodio di follia analogo a quello di Woolwich

 

Due culture. Due modi di reagire. Due destini segnati. Se l’Italia, oggi, è quella che abbiamo visto nella reazione dei milanesi di Niguarda davanti al picconatore, per noi è la fine. Se la Gran Bretagna, invece, è quella che ha avuto le sue eroine nelle tre donne che hanno sfidato la macelleria dei due attentatori di Woolwich armati di pistole e machete, si spiega perché quel Paese è stato un Impero, perché ha saputo resistere alla Germania di Hitler, e perché ha ancora la speranza di sopravvivere a qualsiasi ciclone politico e economico. Con la certezza di riso sllevarsi.

Milano, Niguarda. Prima il bastone, poi il piccone si sono già abbattuti su diverse vittime. Ma il folle si aggira ancora, per ore, per le strade, senza che nessuno dei suoi bersagli senta il dovere civico di chiamare la polizia, di denunciare l’aggressione, fronteggiare l’assassino, salvare o mettere in guardia altre potenziali vittime. C’è, qui, un rinchiudersi nell’egoismo, una assenza di spirito comunitario, una sfiducia nella capacità dello Stato e dei suoi uomini di contrastare il male, oggi nelle sembianze improbabili di un killer col piccone, all’alba, tenebroso vendicatore delle proprie frustrazioni esistenziali. C’è in questa ignavia, nella pigrizia dei passanti incrociati da Kabobo, il riflesso di una resa. Interrogati sul perché non abbiano reagito, perché non si siano mobilitati, risponderanno balbettando che non si erano resi conto della gravità di quanto stava accadendo. Quasi che esser presi a bastonate o a picconate in mezzo alla strada fosse un infortunio che può capitare, come scivolare su una buccia di banana.

In fondo è la stessa incoscienza delle donne di Woolwich, Londra. Ma anche no! L’ingenuità, l’automatismo della reazione, sono gli stessi. Ma si tratta di riflessi condizionati di opposta natura, che non dipendono a mio parere (come invece sostiene Beppe Severgnini sul “Corriere della Sera”) dall’abitudine alla violenza mediatica diffusa come un videogame sul web e in tv. Derivano piuttosto da una cultura e una storia diverse. Una diversa formazione e visione della comunità e della nazione. Da un disincanto che è coraggio in un caso, indifferenza nell’altro. È proprio la spontaneità di segno contrario delle due reazioni, che fa riflettere. Ingrid Loyau-Kennet, per esempio, scende dall’autobus e pensa che il soldato a terra sia vittima di un incidente. Poi si rende conto che qualcosa non quadra, chi lo ha investito ha un machete insanguinato in mano e un revolver in tasca. Si accorge che arriva altra gente e che ci sono molti bambini (Ingrid è una capo-scout). Capisce che deve far parlare l’uomo per prendere tempo finché non arriva la polizia. Neanche per un secondo pensa a darsela a gambe. Nel frattempo, altre due donne parlano col secondo killer. Una  “culla”, conforta, mette una giaccia sotto il povero Lee Rigby che aspetta la morte a terra. Il tutto ripreso da altri passanti (uomini, in questo caso) che con mano ferma fissano la sequenza sui telefonini, consapevoli che questo servirà dopo. Un perfetto lavoro d’équipe (salvo quegli eterni 20 minuti che impiega la polizia a intervenire). È questa la Gran Bretagna?

A Milano, invece, la mattanza si svolge per ore nella solitudine di strade che al passaggio del picconatore si fanno deserte. È questa l’Italia?

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