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Il caso Sicilia e le colpe dei partiti

La decisione di commissariare la Regione è sacrosanta. Ma tutti i partiti, in primis quelli del Terzo polo, devono guardarsi allo specchio. Perché nessuno, di fronte al disastro dei conti può dire che non c'era

Raffaele Lombardo

Era ora. La Sicilia è una grande regione, una regione a statuto speciale, con tutti i privilegi (e fondi) che ne conseguono. Una regione che esprime un numero altissimo di parlamentari e conta in Parlamento, incide da sempre sulla politica nazionale. Ma è anche una regione che ha dilapidato interi patrimoni pubblici, che ha fatto del clientelismo il cuore di ogni strategia dei propri leader politici, indipendentemente dal partito di appartenenza e militanza. Palazzo dei Normanni è diventato sinonimo di sfarzo spreco e decadenza. È vero, ci sono altre regioni che hanno egualmente sprecato soldi, non solo per foraggiare gli amici e i clienti politici e per manovrare pacchetti di voti nelle elezioni amministrative e nazionali.

È vero però anche che la Sicilia ha esagerato, è emblematica e impenitente, mentre ci sono regioni che hanno seriamente cominciato a tagliare e sfrondare i rami secchi, che hanno fatto di necessità virtù e dato prova di voler invertire rotte di bilancio suicide rimboccandosi le maniche larghe degli anni scorsi. Un segnale, forte, andava dato alla regione prima in classifica per i buchi nelle casse locali (riempite da tutti noi) e la tenace, cosciente inossidabilità alla spending review.

Solo un governo tecnico, solo il professor Monti, poteva darlo. E vivaddio lo ha dato. Senza timori. Senza mezzi termini. Con una lettera che suona quasi d’intimazione al presidente Lombardo perché confermi le dimissioni annunciate per il 28 luglio. Lo Stato è pronto quindi a commissariare la sua regione (ancorché autonoma) più tragicamente vicina al baratro e al default. E non ci sono partiti che tengano. In queste ore, l’imbarazzo del Partito democratico è alle stelle. Non bastava la vicenda che vede il capo dello Stato, Napolitano, contrapposto alla Procura di Palermo con Antonio Di Pietro che cavalca l’assalto al Quirinale in chiave anti-PD. Ora ci si mette pure il premier Monti a dare il colpo di grazia a un’amministrazione che vedeva il Partito di Bersani alleato e sodale del controverso presidente Lombardo. Nelle ultime elezioni per il sindaco di Palermo, il Popolo della Libertà e l’UDC avevano presentato una persona per bene, un giovane preparato che scontava solo il suo essere (quasi) sconosciuto.

Ma PDL e UDC hanno in effetti imboccato una strada nuova, in Sicilia. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, visto che nessun partito può dirsi esente da colpe se ragioniamo sui bilanci, sulla successione delle giunte, sulle alleanze a supporto dei presidenti siciliani (ce n’è uno che sta scontando la pena per concorso esterno in associazione mafiosa). Tuttora il FLI, il partito del presidente della Camera Gianfranco Fini, attacca la sacrosanta decisione di Monti. A riprova che l’opportunismo politico spacca il cosiddetto Terzo Polo e che le alchimie della politica nazionale non si applicano alla Sicilia.

Va pur detto che i buchi nei bilanci delle regioni italiane non sono neanche lontanamente paragonabili al default delle amministrazioni locali in un paese come la Spagna. Tuttavia, è illusorio pensare che il risanamento dello Stato possa prescindere dal consolidamento dei bilanci periferici. A Bruxelles lo sanno bene, il problema è sotto la lente del microscopio da mesi. E Monti ha compiuto un gesto doveroso, guardando alla credibilità del Paese in Europa e sui mercati. La politica faccia finalmente un passo indietro anche in Sicilia, anche nella regione a statuto speciale che ha male impiegato le sue prerogative costituzionali. Lombardo si dimetta. Il PD metta via la sua maschera ipocrita che adesso fa dire ai dirigenti siciliani che loro avevano già chiesto elezioni anticipate. Non c’è razzismo, semmai ammirazione e rimpianto per la bellezza e l’importanza della Sicilia nel dire che urge, a Palermo e in tutta l’isola, una rivoluzione culturale. E che almeno sul fronte della spesa e dell’amministrazione, la Sicilia dovrebbe diventare un po’… “trentina”.

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