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Il Carroccio come la Csu: Maroni e Tosi si prendono la Lega

Al secessionismo  brandito un tempo da Bossi contro Roma, subentra un progetto di Lega e Liga come “sindacati del territorio”

Flavio Tosi e Unicredit: non voglio libici nella mia banca

Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, è il nuovo segretario della Liga veneta – Credits: ANSA

Cadono una dopo l’altra le roccaforti di Bossi, gli uomini dell’ex leader incontrastato della Lega, i suoi dirigenti, i suoi protetti, i suoi portavoce. Matteo Salvini diventa segretario della Lega Lombarda nel giorno della parata romana dei Fori. E ieri “mister 57 per cento”, il sindaco di Verona Flavio Tosi, maroniano di ferro, conquista la Liga Veneta con la stessa percentuale, il 57, con cui è diventato primo cittadino. Ma dentro la Liga quel 57 ha un significato diverso che in città. Nel Municipio, significa aver conquistato anche i non leghisti e raggiunto la massima unità concepibile.

Nella Liga, significa dover subire una forte resistenza interna e guidare un gruppo spaccato dai veleni, dallo tsunami delle rivelazioni su The Family Bossi, con tanto di esito cruento del lungo e malcelato conflitto tra il Capo e Bobo Maroni. Il 57 non è quindi la percentuale unitaria strombazzata alla vigilia come risultato auspicabile per il nuovo segretario “lighista” dopo 15 di leadership veneta del bossiano Gian Paolo Gobbo. Anzi, è la prova che, nonostante tutto, i bossiani mantengono una presa di rilievo sulla militanza e sulla media dirigenza nei feudi territoriali, soprattutto in quel Veneto che soffre da sempre la condizione di vassallaggio verso i lombardi.

Certo, si conferma anche la travolgente/avvolgente avanzata di Maroni che perfino a urne aperte aveva sostenuto Tosi contro lo sfidante Massimo Bitonci, l’ex sindaco bossiano di Cittadella sceso in campo l’ultima settimana. Si stringono i nodi, si tira la rete e l’ex ministro dell’Interno, determinato e implacabile in quello che chiama “rinnovamento” e “ringiovanimento”, ridisegna la Lega a sua immagine e somiglianza. Una Lega decimata dal voto amministrativo e ridotta nei sondaggi al 4 per cento, come dieci anni fa. Ma anche una Lega che mantiene il suo zoccolo duro e che guarda al futuro con spirito combattivo. Maroni deve tenerla insieme il più possibile, evitando che sul territorio le diverse anime (lombarda, piemontese, veneta) si ribellino al centralismo dei forti e numerosi, e per questo ci saranno già da oggi passaggi “costituzionali” interni verso una maggiore autonomia regionale. Per questo al secessionismo duro e puro brandito un tempo da Bossi contro Roma, subentra un progetto di Lega e Liga come “sindacati del territorio”, sul modello della sudtirolese SVP o della bavarese CSU. Oltre la destra, oltre la sinistra. Una Lega più federale che secessionista, federale anzitutto al suo interno, ma non meno dura nella rivendicazione dell’autonomia del Nord. Una Lega che in forza di questa ritrovata spinta autonomista a ogni livello, si pone laicamente il problema delle alleanze come campo aperto. Senza preclusioni neppure rispetto ad accordi con un PdL tuttora dominato dal carisma di Berlusconi (per quanto Maroni se ne dispiaccia).

I sommovimenti interni alla Lega (al Carroccio come alla Liga) non sono ancora finiti. E i maroniani dovranno comunque fare i conti con l’eredità di Bossi, con i suoi fedelissimi. E manovrare con abilità “romana”, senza anatemi ma a piccoli passi, verso la costruzione di una nuova macchina da guerra meno ambiziosa, ma pur sempre determinante, con cui posizionarsi tra un anno nella battaglia finale delle elezioni per la Terza Repubblica.

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