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Un anno di Monti: l'analisi politica

12 mesi con il (non eletto) Prof. "tecnico", diventato ormai "politico" e pronto per il bis - lo speciale di Panorama.it -

16 Novembre 2011. Giura il Governo presieduto da Mario Monti (Credits: AP Photo/Gregorio Borgia)

Ve lo ricordate Mario Monti nella sua prima grande conferenza stampa per presentare il decreto Salva-Italia? In fondo non ha mai smesso, neppure a Palazzo Chigi, di comportarsi da Commissario Europeo. A Palazzo Justus Lipsius, cuore pulsante (si fa per dire) della politica continentale, sanno bene qual è il trucco dei Commissari con la stampa: tramortire i giornalisti di noia e numeri. Ecco, Monti era (è) il campione della noia e dei numeri, il Tecnico chiamato a raddrizzare l’Italia. A raddrizzare, in particolare, lo spread tra bond italiani e bond tedeschi, testa d’ariete dai circoli finanziari e politici internazionali per destabilizzare e far cadere Berlusconi.

Monti è stato “scelto” dal presidente Napolitano, dalle grandi banche e dal Vaticano (scusate se è poco). Attorno a lui si è formata una maggioranza amplissima seppure sotterraneamente divisa, che vede nel governo tecnico il provvisorio salvagente per non affogare e per delegare ad altri il “lavoro sporco” reclamato dall’Europa. Una maggioranza che comprende il centro-destra corroso ed eroso dalle defezioni, squassato da scandali e campagne mediatico-giudiziarie, e il centrosinistra di Pd e Udc, per nulla credibili e anche loro feriti dall’onda montante dell’anti-politica.

Monti, in realtà, è un tecnico fino a un certo punto. Presidente (non rettore) della Bocconi, già Commissario europeo, privo di una formazione di vera eccellenza: senza Phd o Mba, titoli che autorizzano a fregiarsi o sfregiarsi della qualifica di economisti o manager. Individuato prima da Berlusconi come Commissario UE, poi confermato da Prodi. Frequentatore e membro di circoli esclusivi, consulente di finanziarie dalla triste nomea (Goldman Sachs), di grandi multinazionali (Coca-Cola) e di storiche aziende italiane (Fiat), il Prof ha formato un esecutivo di tecnici in buona parte indicati dalla politica, sostenuti nelle Camere da tutti gli schieramenti con poche eccezioni: Lega, Di Pietro, Destra sociale, sinistra estrema. Ed è diventato il padrone d’Italia, per grazia ricevuta. Con la complicità di quasi tutta la stampa nazionale, ci ha fatto credere di avere una sua agenda: l’Agenda Monti. In realtà, era l’agenda dell’Europa e di Angela Merkel: rigore, rigore, rigore.

Oltre a consolidare i conti, avrebbe dovuto sciogliere le redini all’Italia, alle imprese, come i veri economisti insegnano a fare nelle fasi recessive. Completare le riforme di cui il paese aveva (e ha) disperato bisogno per la competitività e la crescita. Il Professore ha cominciato bene, realizzando quel che restava da riformare sulle pensioni (qui si era arenato Berlusconi, per il veto leghista). Poi, ha rallentato e si è fermato. Niente spending review, niente tagli agli sprechi, tanto meno a quelli delle varie caste, niente equità sociale con tagli ai privilegi (salari e pensioni d’oro, benefit, cumuli…).

Intanto, da tecnico-politico che era, Monti si è gradualmente trasformato in politico-tecnico. Con una certa dose d’ipocrisia schizofrenica. Ha attaccato i partiti cavalcando a modo suo l’anti-politica, cercando un rapporto diretto con la gente come se non fosse lui stesso la più alta espressione dei partiti (quasi tutti) rappresentati in Parlamento. Salvo poi elogiarli per aver deciso di sostenerlo. Ha ingoiato il rospo del veto dei sindacati e di Bersani sulla riforma del mercato del lavoro, azzoppando la legge Fornero, così come i veti egoistici sulle liberalizzazioni (stavolta per responsabilità più del PdL e degli ordini professionali).

Ma il ricatto vero a cui è soggiaciuto senza lagnarsi, è quello subdolo della categoria a cui un po’ appartiene: i boiardi e tecnici dello Stato, aggrappati a privilegi fuori dal mondo (magistrati, diplomatici, manager pubblici, consiglieri parlamentari…). Non a caso il tetto delle retribuzioni pubbliche è lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione.

Monti, come risanatore, ha scelto la scorciatoia fiscale: incrementare e moltiplicare le tasse. Ha conquistato credibilità per se stesso e per l’Italia solo perché non ha alzato la voce nei Consigli europei come Berlusconi (il Cavaliere a costo di mandare il pallone fuori campo) e perché si è piegato alle direttive degli altri leader. L’errore da parte nostra è stato quello di confondere credibilità con subalternità.

Intanto, Monti ha cominciato a ragionare sul dopo-elezioni. Napolitano pure. Troppo bello governare senza essere eletti. Perché non continuare?

L’elettorato di centrodestra è in gran parte contrario alla politica di Monti, quello di centrosinistra è più tollerante. Berlusconi ha oscillato come un pendolo: Monti sì, Monti no, sfogliando la margherita per vedere se alla fine il Professore potesse fare il candidato dei moderati. Il primo a rompere con Monti (pur continuando a sostenerlo in Parlamento) è stato Bersani, che vede in lui un ostacolo, forse l’unico oltre a Grillo, verso la conquista della premiership la prossima primavera.
Monti, promosso senatore a vita da Napolitano poco prima di ascendere a Palazzo Chigi, dice che non si candiderà, ma non esclude di riprendere in mano il governo “se necessario”, cioè se il prossimo Parlamento sarà così frammentato e litigioso da non riuscire a esprimere un premier politico. Così il Professore è diventato “una risorsa del Paese”. Tendenzialmente vicino al Partito popolare europeo, quindi conservatore, e fautore di una politica tradizionale europea e teutonica, rischia di succedere a se stesso come nonno d’Italia. Una dittatura soft, senza grancasse o tricolori. Buona per un paese che non crede più in se stesso.

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