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La politica Italiana, che confusione...

Ecco l'analisi di come stanno partiti e coalizioni; roba da mani nei capelli. Intanto in Germania...

Montecitorio, la Camera dei Deputati – Credits: Vincenzo Pinto/Getty Images

Oh, adesso finalmente è tutto chiaro. Silvio Berlusconi sta per decadere da senatore ma ha già detto che continuerà a essere il leader del Pdl che però nel frattempo avrà cambiato nome tornando a essere quello che era nel ’94, Forza Italia. Ma non sarà la Forza Italia di un tempo.

Per usare le parole di Renato Schifani, il presidente dei senatori azzurri (tornerà anche questa dizione colorata per indicare i parlamentari nel nuovo e vecchio partito), sarà un ritorno al futuro. Solo che difficilmente tutti gli attuali passeggeri della rinata nave della libertà saranno traghettati (almeno senza ferite) nel nuovo contenitore.

Anche la sede è cambiata: dall’Umiltà a San Lorenzo in Lucina, la piazza che una volta era di Giulio Andreotti. Ci saranno i falchi e le colombe che continueranno a beccarsi per un posto al sole: Verdini, la Santanché, Brunetta e Capezzone da un lato, Alfano, Cicchitto e il gruppo dei ministri (governativi per definizione) dall’altro. Nel mezzo, un’area grigia di berlusconiani non governativi che in cuor loro si augurano, forse, di andare presto al voto ma al tempo stesso non hanno la scimitarra tra i denti perché si sentono, e sono, “moderati”. Ovviamente, su tutto incombe lo scenario di un leader, il “leader incontrastato del Pdl” lo ha definito il presidente Napolitano, che salvo improbabili atti di clemenza dovrà presto adattarsi allo status di arrestato in casa o affidato ai servizi sociali. Con o senza revisione del processo in cui è stato condannato. 

Ma le cose non vanno meglio nel Partito democratico, quotidianamente sottoposto al tiro alla fune tra Matteo Renzi, l’ex reietto colpevole di non avere un Dna social-comunista ma democristiano (forse) di sinistra, e quel che resta dei rottamandi del vecchio Pd-Pcus che non sono ancora saliti sul carro del vincitore. Cioè dello stesso Matteo. Nel Pd c’è infatti chi si è allineato (vedi il sindaco di Torino, Piero Fassino, i veltroniani e parecchi sbiancanti smacchiatori ex bersaniani) e chi invece fa resistenza puntano i calcagni nel tentativo, disperato, di non essere inghiottito dallo “spirito dei tempi”. Per esempio quell’area di democristiani di sinistra non renziani che si riconosce in Beppe Fioroni & company. Dallo smacchiatore Bersani all’asfaltatore liberale Renzi, il volto della sinistra Pci-Pds-Ds-Pd è ancora quella della ruspa cattiva che vorrebbe spianare il popolo moderato di centro-destra. Buona fortuna. 

Poi c’è il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, impegnato in acrobazie ed equilibrismi per tenere in vita un governo (di fatto) del presidente e scongiurare il voto anticipato, e la cui ultima uscita sulle toghe come “impiegati” può esser letta pro o contro una certa magistratura tutt’altro (ahimè) che impiegatizia e, anzi, militante sotto la bandiera di un proto-comunismo giudiziario permanente (ovvio che la lettura corretta o, meglio, politicamente corretta, è quella pro-toghe senza se e senza ma).

E c’è il presidente del Consiglio, Enrico Letta, esponente del Pd ma bersaglio di battute e attacchi di Renzi che non vede l’ora di mettere le mani sul Pd e, da lì, su Palazzo Chigi. 

Per non parlare di Scelta Civica, evaporata nelle sue componenti che ancora non si sa come si cristallizzeranno, se incollandosi al tegame di centro-destra o a quello di centro-sinistra, o ammonticchiandosi al centro. E, ancora, ci sono spezzoni di destra e sinistra d’opposizione, da Fratelli d’Italia a Sel, e quel quinto di Paese e di Parlamento che litiga e si agita e urla sotto una corona di cinque stelle, impelagato per lo più in beghe e tradimenti (o possibili tradimenti) interni. 

Ok, detto questo, e ovviamente per nulla chiarito il quadro che chiaro non potrà mai essere, se guardiamo un pizzico fuori dai nostri confini proviamo una certa invidia davanti alla breve campagna elettorale tedesca che ancora una volta incorona Angela Merkel, se necessario in “grande coalizione” coi socialdemocratici, ma che da sola o con avversari animati ugualmente da amor patrio (vetusta espressione adeguata però allo spirito teutonico) garantirà quella stabilità al timone della Germania che noi qui, tartassati e disorientati, possiamo solo sognare nei nostri sogni più improbabili.   

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