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Fenomenologia del generone romano

È il trionfo del kitsch, del trash, del burlesque: nell'inchiesta sulle spese pazze della regione Lazio il volto volgare di una nuova classe dirigente: rapace e capace di mixare Fellini, Boccaccio, Mussolini e Sordi  

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La festa al Foro Italico organizzata dal consigliere regionale del   Lazio Carlo De Romanis (Pdl) in costume da antichi greci (Facebook)

Un modo ci sarebbe per evitare la degenerazione del costume politico, o del costume dei politici quanto meno, e i Satyricon romaneschi, la parodia nostrana di Fellini, Boccaccio, Mussolini e Alberto Sordi ingaggiati come postumi e immaginari autori dell’adolescenziale, goliardica ed esemplare parodia della “Decadenza e caduta dell’Impero Romano” versione 2010, l’ormai celebre festa andata in scena al Foro Italico tra consiglieri regionali under 40 del PdL , borghesia di figli di papà e beati/beate parvenu dal tocco facile sulle curve scoperte, il tutto condito con gocce sparse di sangue blu in insipidi corpi d’alabastro incapaci di articolare parole se non con l’erre moscia o il birignao. E poi teste di toro e di maiale, legionari romani per associazione d’idee (idee?) e non collegamento tematico, e ovviamente la furbata della maschera a coprire il volto di quelle mani leste a tastare e di quei pizzichi mirati (ai capezzoli).

Tant’è, era una festa privata. Ma era anche una celebrazione della vittoria politica. Un’ostentazione di successo. Doveva essere la festa di un giovane ex portaborse di Strasburgo tornato dopo una lunga trasferta a Itaca/Lazio, ora trentaduenne consigliere alla Regione per il PdL. Tutto pagato di tasca sua, dice lui. Festa privata. Amici personali. Innocenti foto di gruppo stile (stile?) Toga party. Nulla di male. Ma più che in un’intera biblioteca di sociologia politica, in quelle poche istantanee postate sui social network, trapelate e pubblicate su web e quotidiani, c’è la sintesi plastica di una degenerazione di costume tanto sboccata quanto forse ingenua, priva di una reale consapevolezza di rappresentare un mondo e una politica. E di valere, perciò, come scenografia di un fallimento sociale e generazionale.

C’è la dimensione imperiale e quella infantile negli scatti del Foro Italico. C’è Roma e la Ciociaria. Ci sono gl’imbucati che in forza dell’adesione a un modo galante ma poco elegante di vivere e mettersi in mostra, si sono guadagnati una silhouette sorridente nella foto di gruppo. C’è l’arroganza di chi appartiene a un’élite che non è quella del merito, dello studio e della fatica. Non è quella che un tempo, dopo la guerra, emancipava dalla fame attraverso la costanza. È, invece, una miscellanea festaiola e gaudente che sorride di se stessa e, in fondo, ride di noi (anche se non lo sa, anche senza cattiveria).

È il trionfo del kitsch, del trash, del burlesque. La deformazione di tutte le matrici culturali e ideologiche di una destra romana che coincide con il generone romano alla Alberto Sordi. Giovani vecchi, che sembrano usciti dal cinema satirico anni ’50, sul set del Foro Italico, in mancanza delle autorizzazioni per quell’altro set idealmente perfetto che è Cinecittà (altra locazione fascista), dove gli obelischi portano scolpite le insegne del DUX (Mussolini si rivolterebbe pure lui nella tomba).

Un modo ci sarebbe, per spazzare via tutto questo. Perché la politica offre denaro, oggi, e la possibilità di spenderlo senza renderne conto. E anche se la festa era pagata non con fondi pubblici, il contesto era quello di troppo benessere garantito da una legge elettorale che favorisce gli “eletti” (cioè i prescelti ancor prima di essere votati, grazie ai cosiddetti listini bloccati) e la successiva distribuzione di euro, auto e benefit. Nel cono di luce di una volgare finzione imperiale.

Un modo ci sarebbe per far finire questa (parodia di) storia: dimezzare le indennità per i politici. Chi ambisce a rappresentare gli elettori deve farlo perché ci crede. Per vocazione (non teatrale). Via la maschera.

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