Esteri

Elezioni tedesche: elogio controcorrente di Angela Merkel

 Come la cancelliera ha preparato il terzo successo e che cosa ci prepara per il futuro 

Merkel

Angela Merkel, cancelliere tedesco (Credits: EPA/JULIEN WARNAND)

«Buttati!». Ma sul blocco di partenza della piscina Angela Dorothea non sa decidersi. Nell’ora di educazione fisica i tuffi sono una novità, lei rimugina e non si lancia. Finché dopo 45 minuti, alla fine della lezione, dopo aver ponderato e riconsiderato la questione… splash. È una storia della giovanissima Merkel, allora alle elementari nella Germania dell’Est. L’episodio ben riassume il carattere del cancelliere tedesco, della donna più forte del mondo (il complimento originale è dell’ex fustaccio ed ex governatore californiano Arnold Schwarzennegger), di volta in volta accusata di essere troppo recisa nei suoi no o troppo titubante nei suoi sì. Però così è sempre stata Merkel. Non per fifa, anche se di sé ha confessato alla biografa Margaret Heckel: «Non sono spontaneamente coraggiosa».

È che sempre, prima di decidere, confronta, soppesa, valuta e rivaluta pro e contro, vuole conoscere l’opinione contraria a ogni convincimento suo e dei suoi collaboratori, un tempo a scuola e nuovamente all’ultimo piano della cancelleria a Berlino, dopo la probabile rielezione di domenica 22, visti anche i risultati delle elezioni locali in Baviera domenica scorsa e i sondaggi: il suo partito Cdu (democristiani) al 39-41 per cento, l’avversaria Spd (socialdemocratici) al 25-28. Evita con fastidio ogni scelta d’impulso o, peggio, ideologica. Stima e riconsidera ogni possibile imprevisto. Finché la decisione è presa, anche a costo di pagarne un prezzo di impopolarità (quella volta il tuffo ritardato le costò un votaccio).

Questo stile ha marcato la sua politica durante quattro anni di crisi drammatica per l’Europa, apparentemente ondivago (niente salvataggio della Grecia, sì, no, sì; niente fondo salvastati europeo, sì, forse, sì ma rallentato; niente unione bancaria, forse sì, vedremo in futuro), al punto di sconcertare  Washington e Wall Street, Parigi e Roma, alimentando le turbolenze sui mercati finanziari, anziché placarle. Ma, a tirar le somme, mentre la bufera è costata la testa a tutti gli altri leader europei che governavano i paesi maggiori nel 2010, per Merkel questi anni turbolenti sono stati quelli che l’hanno fatta crescere di peso insieme al suo paese. L’Europa non s’è sfasciata, la sua cautela ha pagato, c’è odor di ripresa, dicono gli indici della Ue e del Fondo monetario, e lei con la rielezione si godrà una soddisfazione: ve l’avevo detto...

Al potere più a lungo del maestro Kohl
Perché la tattica Merkel, sebbene appaia tatticismo, sostiene obiettivi strategici. E gli elettori tedeschi, che non esitarono a silurare l’artefice dell’unificazione Helmut Kohl dopo due mandati, e riservarono la stessa sorte a Gerhard Schröder, iniziatore del secondo miracolo economico tedesco, affideranno un terzo mandato alla loro cara leader rassicurati dalla promessa mantenuta: un passaggio indolore attraverso la tempesta dei mercati come per gli ebrei attraverso il Mar Rosso. A poco serve l’iroso commento della sinistra tedesca, riassunto da quanto ha scritto l’editorialista Jakob Augstein (erede del fondatore dello Spiegel): «Gli elettori hanno siglato con Merkel un’alleanza irresponsabile, testa china, occhi chiusi e sperare che tutto vada per il meglio».

Irresponsabili? Si vedrà, certo è che come la maggioranza dei tedeschi la pensa il 62 per cento di broker finanziari (sondaggio al seminario del Forex a Cernobbio), per i quali con Merkel al comando i mercati resterebbero quieti come negli ultimi mesi; il 28 per cento pensa addirittura a un miglioramento di scenario. E in ogni caso non soltanto gli elettori della maggioranza Cdu-liberali sono grati che «Mutti» (Mammetta) abbia difeso i loro interessi e patrimoni: l’indice di gradimento oscilla nella Repubblica Federale fra 57 e 63 per cento, ben oltre quello per il suo partito.

Mani a rombo e carrello della spesa
I tedeschi si sono affezionati alla sua faccia paciosa ma con qualche ruga già profonda (è del 1954), alle sue mani in posa con le punte delle dita che si toccano a rombo, alla sua camminata poco istituzionale nei vertici più importanti del mondo, al carrello della spesa con cui si è fatta sorprendere dai fotografi (è stato però tagliato dalle immagini il codazzo di guardie del corpo), alla Golf che guida in privato, e pure ai suoi tailleur da casalinga vestita per la festa con cui gira in pubblico, per non dire degli abitoni lunghi da sera che sfoggia più volte, incurante e risparmiosa.

L’impresa del terzo incarico alla cancelleria, salvo imprevisti (potrebbe non completare il mandato: s’è ipotizzato sulla Bild, quotidiano non stimato ma bene informato, che possa lasciare in anticipo nel 2015, altri parlano del 2016), incide il nome Merkel, oltre che nei libri di storia, nel Guinness della politica tedesca: il cancelliere più duraturo per il paese d’Europa diventato durante i suoi due mandati il più rilevante del Continente. Oggi c’è una risposta alla vecchia domanda-battuta di Henry Kissinger: se chiamo l’Europa, chi alza la cornetta? Adesso c’è Angela, che sempre più ha forza e titolo di interlocutore per l’America, la Cina, i paesi emergenti Bric. L’incessante serie di viaggi internazionali del cancelliere negli ultimi anni, non molti meno dei 57 comizi nell’ultimo mese preelettorale, ha rafforzato non solo i rapporti d’affari, raccogliendo ordini colossali per il sistema manifatturiero, ma anche la sua immagine di guida consapevole per un’Europa sbandata nella crisi dei debiti sovrani.

Niente aumento delle tasse
Mutti non supera l’avversaria Spd tanto su temi di politica interna, ma proprio sulla politica europea, che sempre del resto l’ha interessata di più. Assai meno hanno pesato in campagna elettorale argomenti come la privacy di telefonate e dati personali, che aveva occupato per settimane i giornali, in seguito alle rivelazioni di Edward Snowden sulla collaborazione dei servizi segreti occidentali alle intercettazioni della National security agency americana. E polemicuzze, in confronto al futuro dell’eurozona, al costo dei salvataggi dei paesi fragili, sono apparse quelle sul controllo degli affitti, i prezzi dell’energia (in salita per il costo delle fonti alternative e dopo la decisione di Merkel di bloccare completamente il nucleare entro il 2022: da 29 centesimi al Kwh oggi a 40 nel 2020), come pure il tema del salario minimo da portare a 8,50 euro orari secondo l’Spd, delle tasse (l’opposizione vorrebbe alzare l’aliquota massima dal 42 al 49 per cento), del welfare, per esempio sui bonus alle famiglie che non chiederanno un posto all’asilo per i figli. Insomma, la grande politica continentale, che ciclicamentee definisce la storia e il futuro dei tedeschi, ha annichilito i temi interni e a farne le spese sono stati i socialdemocratici.

Barbie con la sua faccia
Se ci fosse almeno una punta di segreta civetteria sotto la scorza della ex militante politica nella Rdt comunista tutta impegno e sobrietà (però le capitò di sbronzarsi con acquavite di ciliegie), poi nella Cdu sotto l’ala di Kohl già prima della caduta del Muro, di severa educazione protestante (il padre era pastore) ma fan del Papa (ricevuta in udienza privata a maggio, dice di lui: «Molto attento agli uomini e alle loro preoccupazioni»), di ostentata sobrietà e onestà (anche se dopo il divorzio dal primo marito, rimasta senza casa, ne occupò brevemente una sfitta forzando la serratura), di studi impeccabili (1, cioè 100 centesimi, alla maturità, poi laurea in chimica quantistica e dottorato), di ostinata linearità di ragionamento (sebbene il mondo lineare non sia), si potrebbe immaginare Angela compiaciuta dai simboli mediatici del suo potere. Donna più potente nella classifica di Time. Meglio: modello della Barbie lanciata nel 50° anniversario della bambola, con le sue  fattezze, come esempio per le brave bambine che vogliono diventare donne impegnate e di successo.

Magari, più seriamente, per quel paragone ormai ricorrente con Margaret Thatcher: anche all’altra tenacissima signora di ferro avevano pronosticato il fallimento (affonderà la già pericolante economia britannica!), e lei vinse. Lo stesso per Merkel con la sua resistenza contro la spesa pubblica facile, l’invito a riordinare i conti pubblici di mezza Ue e a mettere confini al welfare, il no agli eurobond: tutti spendono e i paesi forti pagano, e da soli comunque non ce la faremmo a salvare tutto il sistema europeo, è la tesi del ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, inutile quindi nei prossimi anni tornare a questa richiesta che è stata la bandiera dei paesi mediterranei.

Passione per Wagner
Merkel può rivendicare di aver bloccato l’effetto domino della crisi economica, la più lunga dal dopoguerra. Molte macerie, certo, ma euro salvo e spread in frenata. Fra i libri usciti prima dell’appuntamento elettorale del 22 settembre spicca quella del suo più accreditato biografo, Stefan Kornelius (Angela Merkel, editore Hoffman und Campe), editorialista della Süddeutsche Zeitung. La sua tesi è che proprio «crisi» sia la parola che più dà significato agli anni al potere di Merkel. È inevitabile pensare che alla sua rielezione sia adesso legata la prospettiva dell’Europa, in bilico tra ripresa e stagnazione di lungo periodo, com’è capitato al Giappone per vent’anni. Stagnazione che minaccia i paesi che non stanno al passo e dove ancora rischia di trovare spazio il rifiuto della moneta unica (la propaganda di Beppe Grillo lavora su questo); e pure quelli del Nord Europa che non vogliono più farsi zavorrare dal Sud debole.
 
A rileggere dichiarazioni al Bundestag e sui media, Merkel già all’inizio del secondo mandato, alle avvisaglie della crisi finanziaria, precipitata poi in Europa nell’autunno del 2011, aveva capito che su questo crinale si sarebbero giocati il giudizio storico e la rielezione. Basso profilo, inamovibilità sui principi, qualche compromesso con gli altri paesi Ue per stabilizzare l’emergenza mercati: su queste  tre linee ha concentrato subito gli sforzi. Perché si deve cominciare bene ogni cosa da principio, quando le cose sono impostate male non possono che finire male: è il tema dell’Anello del Nibelungo, ciclo musicale che Merkel, appassionata d’opera (l’apertura del Festival di Bayreuth è per lei e il marito Joachim Saure, conosciuto 29 anni fa, chimico quantistico noto nella comunità scientifica, un appuntamento fisso come la settimana di bagni a Ischia e quella di passeggiate a Solda), ama molto, quanto l’altro tragico Tristano e Isotta. Naturalmente il carattere controllato di Mutti non potrebbe essere più lontano dal reboante ed enfatico linguaggio wagneriano.

L’uomo del cuore
E fin dal principio le è toccato giocare di rimessa, non è stata fortunata come i precedenti cancellieri che hanno governato in anni di ottimismo: Willy Brandt e Helmut Schmidt l’apertura a Est, Kohl la riunificazione, Schröder la rivoluzione economica tedesca della flessibilità. Consapevole del momento negativo, Merkel ha tenuto sul convincimento che la politica sia in fin dei conti un gioco a somma zero, in cui gli eventi negativi si annullano con i positivi. Ha scelto di unire principi buoni per tutta l’Europa favorendo anzitutto, s’intende, gli interessi della Germania.

Le chiesero all’inizio del secondo mandato: dove vorrà trovarsi dopo quattro anni? E prima dell’ultima vittoria elettorale la risposta è venuta da Schäuble, 71 anni, ministro delle Finanze, di cui Merkel segue diligentemente ogni consiglio, perché è l’uomo che più stima, l’europeista granitico che occupa il posto privilegiato nel suo cuore e nel suo orecchio, anche se non sempre è della stessa opinione del cancelliere, la cui poltrona top non occupa lui stesso solo per la pallottola di una squilibrata che lo  ha immobilizzato, ma che ispira l’azione della Cdu da anni, oltre a tenere saldamente in mano le leve dell’economia tedesca. Schäuble ha ricordato a un comizio: «Il cancelliere disse che sarebbe stato un buon risultato ritrovarsi al punto in cui eravamo prima della crisi. Signore e signori, abbiamo raggiunto l’obiettivo, abbiamo mantenuto la parola». Missione senza ambizioni, dunque, ma compiuta. I tedeschi hanno ringraziato.

Sconfitta dei keynesiani
Ma questo successo non è forse venuto a spese degli altri, dei paesi stremati dal rigore, dai disoccupati, dalle innumerevoli imprese chiuse? Il Wall street journal, voce della finanza anglosassone, ha sintetizzato questo nodo della politica europea con una battuta: i keynesiani, ovvero i sostenitori della spesa pubblica e della creazione di moneta per contrastare la recessione, i momenti critici del capitalismo,  «non le perdoneranno mai di avere ragione».

«Controllo del valore della moneta, prima condizione per conservare l’economia di mercato e, in definitiva, le libertà occidentali»: Merkel ricorda benissimo chi lo disse, un padre della Cdu, Konrad Adenauer, costruttore del primo nucleo di Europa unita e regista del primo miracolo economico della Germania tornata nel dopoguerra alla democrazia.

L’inflazione, hanno perciò ribadito Merkel e Schäuble anche nei momenti critici della bufera finanziaria, è iniqua, pela i deboli, deve fare paura, e non soltanto ai tedeschi per il ricordo di quel che accadde nella repubblica di Weimar prima del nazismo. Contro l’espansione monetaria, in sostanza contro i deficit di bilancio senza controllo, hanno fatto muro seguendo i principi del liberalismo ordinato. Ma se l’ordoliberalismo (filosofia nata all’Università di Friburgo negli anni Trenta) da decenni domina gran parte della cultura economica tedesca, «non va certo di moda in tutti i paesi» ha dovuto laconicamente riconoscere il cancelliere in un discorso proprio a Friburgo. Lei comunque insiste.

Duello con la finanza anglosassone
La tattica finora vincente dell’ostinazione di Angela la temporeggiatrice si può così rileggere: chi (fondi di investimento Usa, banche americane ed europee) si era esposto sui titoli greci e non voleva perdere neanche un soldo, dopo aver lucrato alti interessi finché tutto filava liscio, ha dovuto pagare (hair cut parziale sui bond di Atene). Agli americani non dispiaceva mantenere la supremazia del dollaro e alimentare un po’ d’inflazione stampando moneta della Fed, per ridurre in peso dell’indebitamento e mantenere le borse euforiche; invece l’inflazione è ora blanda, l’euro resta seconda moneta di riserva, i fondi americani comprano azioni europee come non succedeva dal 1977 e la Fed deve frenare l’espansione monetaria.

Agli inglesi, poi, premeva di salvaguardare gli interessi della City, tutti finanziari; ma il peso di Francoforte cresce, è anche sede della Banca centrale europea che non ha seguito la prevalente dottrina anglosassone della banca centrale agli ordini della politica.
Ogni giorno la fine dell’euro veniva annunciata su Wsj e Financial Times mentre grandi gruppi finanziari anglosassoni ritiravano dal mercato europeo 450 miliardi di dollari. La colossale scommessa al ribasso contro l’euro sfiorò per esempio a dicembre 2012, nello specializzato Chicago Mercantile Exchange, i 30 miliardi di dollari. Però la moneta unica oscilla nonostante tutto sempre intorno a 1,32 rispetto al dollaro, come prima della crisi; e senza più timori di un crollo del  suo valore anche le imprese di aree non euro si indebitano sempre più in valuta europea (già per quasi 43 miliardi nel 2013).

Euro salvato, perdite per gli speculatori
Insomma, alla fine quanti hanno scommesso contro la tenuta della moneta unica, immaginando che Merkel l’avrebbe lasciata crollare, permettendo l’uscita anche solo della Grecia, si sono fatti male (le perdite di molti fondi speculativi sono incalcolabili). La moneta comune è rimasta a galla insieme alla determinazione di Angela. Così è diventato di moda dire che il rigore paga, anche negli editoriali solitamente critici con il cancelliere di Wsj («Per salvare l’eurozona non bastano gli assegni in bianco) e Ft. Perfino George Soros, che mentre durante la settimana fa il grande speculatore durante i weekend soloneggia di ricette keynesiane della liquidità abbondante in grandi convegni, come a Davos, si è lasciato scappare che la rigidità di Merkel è «a fin di bene», che la severità tedesca «è in buona fede». Un altro scalpo alla cintura di Mutti.

Come Caterina di Russia
Facile dunque immaginare che Merkel, se pure potrà accettare altri compromessi parziali, non acconsentirà anche nel prossimo mandato alla pratica «primum vivere e spendere», perché «socialmente doveroso», perché si dovrebbe seguire una politica «non ferma solo al rigore», per usare recenti parole del presidente del Consiglio Enrico Letta. Secondo lei una certa pressione dei mercati, cioè il fiato sul collo dei paesi meno determinati a riformare e a controllare i conti, è utile. Né vorrà riconsiderare l’idea che il modo per tenere insieme paesi in attivo e stati in deficit sia il debito pubblico comune, che dovrebbe prendere la forma degli eurobond garantiti dai paesi più forti. I francesi potranno ancora sbertucciare «Frau Nein» nelle vignette sulle prime pagine, i greci infuriati dipingerla con due baffetti, gli antipatizzanti come Caterina la Grande di Russia, nata tedesca, illuminata, lungimirante ma dura e sanguinaria (copertina dello Spiegel), gli spagnoli come domina sadomaso che frusta il leader Mariano Rajoy, o come Dracula in gonnella con tanto di gocciolina di sangue sul labbro, o paragonarla nientemeno che al Bismarck che volle costruire la Germania col ferro e col sangue (Angela invece l’Europa dell’euro con metodi socialmente cruenti), o perfino al capo nordcoreano Kim Jong come massimo pericolo per il pianeta. Non servirà a smuoverla.

Partito antieuro
Egoismo? Quello vero si è visto nella campagna di Alkternative für Deutschland, il partito della rottura dell’euro, che sottrarrà voti alla destra della Cdu e del partito bavarese Csu. Non serve perché c’è Mutti a garantire contro l’ansia dei tedeschi di dover pagare per tutti: la Germania è il maggior paese creditore, cioè quello che più ha rischiato e potrebbe non riavere indietro il soldi prestati dalle sue banche (che Moody’s ha promosso di un gradino di affidabilità poco prima delle elezioni) a mezza Europa.  

Grilli parlanti di sinistra
Lo stesso inutile atteggiamento hanno seguito intellettuali di sinistra che hanno criticato  la politica del cancelliere come esempio di «egoismo tedesco» foriero soltanto di un pericoloso isolamento politico del paese. Il più aspro di questi grilli parlanti è Jürgen Habermas, cariatide della cultura di sinistra che in passato si scagliò contro il «nazionalismo del Deutschemark».Inutile perché oltre la propaganda restano i numeri, che sono ostinati. Per esempio quelli che sempre Merkel cita a proposito di welfare: quanto a lungo potrà l’Europa, col 7 per cento della popolazione mondiale,e il 25 per cento del pil,  assorbire il 50 per cento della spesa sociale sul pianeta?

Mentre cerca ogni modo per risparmiare, per esempio con l’accorpamento da 16 a 9 dei länder-regioni (l’Italia invece con la province...), e pur con un bilancio già in attivo (si è presentato alle elezioni con un avanzo di bilancio di 8,5 miliardi di euro nel primo semestre, risultato migliore dal 2000), Schäuble ha dovuto a denti stretti ammettere che per la Germania l’onere potenziale dei salvataggi in Europa può essere colossale; nel caso teorico peggiore anche 150 miliardi, secondo una stima apparsa su Handelsblatt, con seguito di polemiche dell’opposizione e brividi anche per quei settori dell’opinione pubblica tedesca che leggono l’influente e compassato quotidiano.    

Non è poi così rigida...
In Germania per di più hanno a mente un elenco di decisioni prese dal cancelliere che in Italia, Francia, Spagna si tende a dimenticare, perché non coincidono con l’immagine di mastino del no che è ampi settori dell’opinione pubblica  si sono fatti di Merkel. Qualche esempio. Frau Nein, non altri, ha deciso di usare centinaia di milioni della cassa depositi e prestiti locale  (Kfw) per sostenere aziende medie  e piccole in Spagna, Portogallo e perfino Grecia. Il cancelliere, non altri, mentre teneva il punto sul rigore dei conti, chiudeva gli occhi per la decisione Ue di lasciare tempo alla Francia per ridurre il  deficit e all’Italia per frenare il debito. Anna di  Ferro, non altri, si è morsa la lingua e ha taciuto per la  colossale iniezione di liquidità della Bce alle banche europee, anzitutto italiane  e spagnole, che l’hanno in buona parte usata per comprare titoli Bot e Bonos pubblici. Non è poi così rigida, a ben vedere.

Selezione darwiniana
I prossimi mesi diranno se la sua politica potrà suscitare minori resistenze negli altri leader dell’eurozona. Resta diffuso il sospetto che dietro la scarsa malleabilità di Merkel sulla questioni di principio si nasconda un proposito di selezione darwiniana: l’Europa dei forti metterà in riga quella della spesa facile, oppure la abbandonerà. Il programma del cancelliere è in ogni caso delineato. La parola d’ordine, con scontata concessione alla retorica, è «tornare a crescere». Merkel definisce così gli obiettivi per l’Europa: dobbiamo decidere cosa vogliamo produrre e fabbricare (la globalizzazione ha messo fuori mercato svariate produzioni europee tradizionali), come possiamo far crescere il peso nel commercio internazionale. Non sono slogan che suscitano popolare entusiasmo, né lei è un’oratrice per folle urlanti, con le sue frasi brevi, sommesse.  

Ancora coi liberali o große Koalition?
Ma, in concreto, che significa? La Germania vorrà o no guidare un più incisivo processo di riforme nei meccanismi dell’eurozona, per esempio e prima di tutto l’unione bancaria che secondo il governo di Berlino richiede una modifica dei trattati (non secondo l’Ue e l’Spd), e comunque imporrebbe vincoli comuni a tutti gli istituti di credito, favorendo in compenso la circolazione di capitali verso il Sud Europa, con un indiretto vantaggio per i risparmiatori tedeschi, che vedrebbero risalire i tassi in Germania e quindi il rendimento dei loro investimenti? E vorrà aprire un po’ il portafoglio, rendendo effettivamente operativo il fondo salvastati da 500 miliardi anche per ricapitalizzare le banche deboli (come vogliono Italia, Francia e Spagna), oltre che insistere sull’unione fiscale, cioè su comportamenti uguali e controllo unificato dei bilanci con una sorta di ministro europeo (come non vogliono Francia e Italia)? Vorrà cambiare la sua immagine, somigliare meno a un falco e un po’ più al mentore Kohl, che aveva un’idea di Europa solidale assai più forte, dare corpo alla frase «l’Europa è come una seconda faccia della nostra patria tedesca»? E quanto conterà, per questo ammorbidimento, il risultato degli alleati liberali (Fdp), bastonati dagli elettori in Baviera, che se non entrassero nel Bundestag renderebbero probabile quella große Koalition che la maggioranza dei tedeschi nei sondaggi preelettorali ha detto di preferire, e che il cancelliere si è lasciata come opzione con impercettibili spostamenti verso sinistra (sul nucleare, su temi sociali come l’aumento degli affitti) con tattica da «Merkiavelli»? Insomma, che cosa vuole davvero Merkel, quale futuro ha in mente per il suo paese e per il continente che gli sta intorno?

Sei punti del programma
Il programma di politica europea del cancelliere è delineato, fondato ancora sul mantra: solidarietà, sì, ma costruita sulla solidità. I punti chiave sono sei.

La moneta unica è per sempre
Primo: l’euro è per sempre, «resta il simbolo dell’unità europea» ha scandito Merkel sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung «è un progetto per il futuro nell’età della globalizzazione. Anche la Germania ne ha bisogno»; «l’euro assicura posti di lavoro, l’euro assicura la nostra prosperità» ha insistito in campagna elettorale. Ovvio, moneta unica alle sue condizioni, che il famoso consulente strategico Roland Berger sintetizza così: economia sociale di mercato, non libertà totale dei mercati, non spesa facile; stabilità dei prezzi; indipendenza della banca centrale dal potere politico e dalle esigenze di finanziamento degli stati o dal desiderio dei governi di provare a stimolare la crescita creando liquidità. Gli ultimi due temi sono la bandiera della tenace resistenza dei rappresentanti della Bundesbank nel consiglio della Bce (dicono: il piano di acquisti illimitati di titoli di stato, Omt, «rappresenta una redistribuzione del rischio sovrano e mina il principio di responsabilità dei singoli paesi»; ci vogliono limiti alle banche sul possesso di titoli di stato nei propri portafogli per spezzare il legame fra gli istituti di credito e debito sovrano). Basta pensare all’audizione-interrogatorio davanti alla corte costituzionale: adesso i giudici stanno scrivendo la sentenza sulla legittimità di usare fondi della banca centrale, e indirettamente del contribuente tedesco, per acquisti di bond. In compenso l’Spd pur all’opposizione non ha mai messo in discussione l’impegno della Germania per tenere in piedi l’euro e il collegato progetto politico, costi per i tedeschi inclusi.

L’uscita dalla moneta unica sarebbe infatti per la Germania «una catastrofe». Realistico riconoscimento, quello di Schäuble: per lo stato federale la tenuta della valuta unica, unita ai costi irrisori di emissione dei Bund grazie allo spread, visto che tutti spostavano investimenti dai paesi critici, Italia compresa, a Berlino, produce risparmi stimati in 40-41 miliardi fino al 2014. Non basta: con l’euro si è abbassato il costo del denaro per le imprese e per i privati (mutui, prestiti al consumo), visto che un colossale flusso di capitali ha varcato Alpi, Pirenei, il Reno e l’oceano per dirigersi verso Francoforte. Un specialista americano,  Geoffrey Pazzanese, comanager del Federated InterContinental Fund di Pittsburgh che ha molto investito in Germania, sostiene che «l’euro ha benedetto la Repubblica Federale, ampliandone l’export grazie a una valuta sostanzialmente più debole del vecchio marco». Dunque il contrario di quel che è accaduto a molte aziende italiane abituate a riguadagnare competitività con le svalutazioni della lira.

Ecco perché il grosso dell’industria tedesca si batte in difesa della permanenza tedesca nell’euro, che genera, a leggere una ricerca dello scorso anno della società di consulenza McKinsey, 165 miliardi di euro, il 7 per cento del pil tedesco. Schäuble ritiene che ormai i mercati si siano convinti che l’euro sia consolidato, lo fanno pensare i tassi in calo sui titoli pubblici italiani e spagnoli, quindi bisogna rimanere sulla strada tracciata. Il curioso è che mentre Olaf Henkel, nome storico dell’imprenditoria, avendo a lungo guidato la confindustria (Bdi) locale, si è messo alla testa del movimento per fondare un «euro del Nord» limitato a Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Austria, i nostalgici di una moneta tedesca secondo i sondaggi sono in ritirata.

Più lavoro per tutti
Secondo obiettivo del prossimo governo Merkel: bisogna «dare un lavoro a più gente possibile», pur se 3 milioni di disoccupati in Germania sono già un grosso successo rispetto ai 5 di quattro anni fa, e pur se non è chiaro se si potrà ridurre il divario tra protetti e precari. Vaghi sono state in campagna elettorale i riferimenti della  Cdu-Csu alla proposta delle opposizioni di alzare il salario minimo orario. Perfino il proverbiale e ammirato sistema di partecipazione dei lavoratori alle decisioni strategiche dell’azienda, compreso il numero di posti di tagliare o di ore di lavoro da saltare, senza paga ovviamente, è in crisi nei nuovi settori, anzitutto nei servizi.
Naturalmente la Germania resta un paradiso dell’occupazione rispetto a Italia e Francia, per non dire della Spagna. E su questo la Mutti d’aspetto bonario sa usare parole brutali. Se la disoccupazione è diventata drammatica per i giovani europei, 3,6 milioni senza posto, la sua ricetta è sbrigativa: muovetevi! Ovvero: venite qui, in Germania mancano 6 milioni di persone di buona qualificazione.
Il numero di immigrati giovani e qualificati dai paesi latini verso i land tedesche è già in forte aumento e Merkel vorrebbe un mercato europeo del lavoro unico davvero funzionante come quello delle merci. Per i giovani tedeschi Merkel pensa intanto a meccanismi per riportare a studiare chi non è abbastanza qualificato o non ha fatto/finito l’università.

La base della forza tedesca conservata anche nella crisi è la riforma salariale e normativa del lavoro. Un pacchetto che porta il nome del predecessore di Angela, Schröder: meno garanzie e salari più bassi per impieghi precari di personale non particolarmente qualificato, il quale ha invece redditi fra i più alti del mondo. In sostanza, una brutale suddivisione fra dipendenti di serie A e serie B. In aggiunta, prima Schröder, poi Merkel hanno fatto scendere il peso fiscale complessivo sulle imprese dal 50 per cento, negli anni 90, al 30. Nel paese dell’economia sociale di mercato il pendolo è si è spostato un bel po’ da «sociale» a «mercato»; benefici dal lavoro al capitale, avrebbe commmentato Karl Marx. Di fatto un robusto abbassamento complessivo del costo del  lavoro, secondo la sintesi di Adam Posen, presidente del Peterson institute for international economics, per guadagnare competitività e potenziare l’export. Ecco perché oggi i tedeschi chiedono, rinnovando la  fiducia a Merkel e alla sua linea, che si risparmi, si privatizzi e si flessibilizzi non tanto in Germania (abbiamo già dato, prego) quanto nel resto d’Europa.
Non è certo un modello entusiasmante lavare le scale, o riordinare gli scaffali dei supermercati, o svolgere altri lavori dequalificati, come capita a 3 milioni e mezzo di tedeschi che hanno un minijob, per 700-800 euro. Ma un cattivo lavoro è peggio o meglio di nessun lavoro?

Una risposta indiretta viene dalla propensione al consumo, rimasta anche a settembre a livelli record secondo l’istituto di ricerca Gfk, a differenza di Francia e Italia: segno di fiducia sulla solidità dell’economia e di certezza del reddito. Inoltre è grazie alla flessibilità, più che al basso costo del lavoro (globalmente in Germania più alto che in Italia), che il sistema tedesco rimane competitivo (4° su 148 paesi secondo il Global competitiveness report del Forun economico mindiale - Wef), leader in molti servizi e prodotti di fascia alta, dai treni alle Bmw, dai robot ai semilavorati di chimica fine, venduti pure in Cina, con la quale rivaleggia per incassi record dall’export.
Se è vero, allora, che il cancelliere sta su un piedistallo costruito in buona parte sulle riforme Schröder, non sarà anche giustificata l’accusa di miopia che da anni la bersaglia da tutta Europa? Tatto e diplomazia lei certo non li spreca: se da noi funziona, continuerà a dire, seguite l’esempio.

Innovazione
Terzo obiettivo: formazione e innovazione. Paesi europei come la Germania spendono ben più dell’Italia, ma meno di Austria e Francia, intorno al 3 per cento, del pil in ricerca e sviluppo, mentre la  Corea del Sud è per esempio al 4. E la produttività oraria tedesca è alta rispetto all’Italia, ma sempre al livello del 2007, calcola il Ft.

Più tedeschi e più preparati
Quarto (un chiodo fisso di Merkel): la popolazione deve aumentare, oggi in Germania come in Italia è a crescita zero e nei  grandi paesi manifatturieri si profila una grave carenza di forza lavoro. In testa alle preoccupazioni del cancelliere è il fatto che la Germania invecchia rapidamente: rischia lasciare in pochi decenni alla Francia il rango di paese più popoloso, con enormi conseguenze nell’equilibrio del Continente e nelle istituzioni Ue; entro il 2030 perderà il 12 per cento della forza lavoro secondo stime della Deutsche Bank, 8 milioni di persone al lavoro secondo statistiche ufficiali. E ancor prima sarà terremotato il sistema pensionistico. Quindi alzare ancora, oltre i 67 anni fissati nel 2007 dalla große Koalition, l’età pensionabile e sfruttare il patrimonio di conoscenze dei sessantenni.

Guinzaglio ai mercati
Quinto: l’era della  finanza che riesce a imporre i suoi interessi in barba alle regole deve finire. Ha detto Merkel all’ultimo G20 a San Petroburgo, sotto l’occhio compiaciuto di Vladimir Putin: «Abbiamo notato in che modo i mercati finanziari eludono il nostro controllo, ma possiamo dire di aver raggiunto un progresso per quel riguarda l’evasione fiscale, soprattutto delle multinazionali... ci sono aziende che in nessun paese al mondo pagano le tasse».

Potenza riluttante
Il sesto punto è un sentimento-convincimento profondo e al tempo stesso un obiettivo strategico sempre più centrale nella politica estera del cancelliere: il tema della libertà, di opinione, di stampa, di religione, tutti valori europei. Ecco come la vede: finito lo scontro fra capitalismo e comunismo, il duello è e sempre più sarà fra sistemi aperti e autocrazie, di cui, a partire dalla Cina, si vedono i formidabili punti di forza e di minaccia per il nostro sistema. Ma come, parla di libertà proprio lei, dipinta con stile di potere dittatoriale, poco attenta all’arte del compromesso? Durante la campagna elettorale e in qualche biografia maliziosa, come quella dei giornalisti Günther Lachmann (Die Welt) e Ralf Georg Reuth (Bild), ha rifatto capolino il passato della giovane Angela, scandagliato per scoprire una sua vicinanza a ideali e apparati del partito comunista che dominava oltre la Cortina di ferro. Per esempio l’appartenenza all’organizzazione giovanile della Rdt, la Freie Deutsche Jugend. Eppure lei ha potuto fare spallucce: non l’ha forse Barack Obama insignita della prestigiosa Medaglia della libertà?
Nel nuovo scenario la Germania svolge con Merkel un ruolo di «potenza geoeconomica», termine apparso nello studio della rivista di strategia The Washington Quarterly. Paroloni per dire questo: il peso economico può servire a promuovere un modello di relazioni internazionali in cui prevalgano le regole dello stato di diritto. Affari ed export invece che cannoni.

Ma questo modello non sempre coincide con le scelte dell’America, della Nato. Merkel ha detto sì all’intervento di Afghanistan, come prima di lei i cancellieri avevano detto sì alla guerra del Golfo e ai Tornado sulla Serbia; però ha detto no, come Schröder contro il secondo intervento in Iraq, a un coinvolgimento in Libia e Mali, oggi in Siria, dove la guerra civile in atto può essere fermata «solo con una soluzione politica»; e, d’accordo con Putin, Merkel ha chiesto di discutere nel Consiglio di sicurezza dell’Onu il rapporto degli ispettori delle Nazioni Unite sul sospetto uso delle armi chimiche, con una secca presa di distanza da Usa, Gb e Francia.

È in particolare sul Reno, il fiume che durante l’agonia del nazismo il giovanissimo Kohl sognava di varcare, che si misurerà l’altra metamorfosi della politica estera tedesca con la sua pupilla Merkel. Cresciuta oltre l’Elba, è molto più attenta a mantenere la Repubblica Federale al centro, non solo geografico, dell’Europa. Non c’è feeling con François Hollande, visto che Angela ebbe l’indelicatezza di sponsorizzare lo sconfitto Nicolas Sarkozy, ma non è questo che conta. Pesa il fatto che la Francia non segue Merkel sui principi dell’Europa con i conti in ordine, e non sembra voler cambiare, sebbene abbia un forte deficit, debito e disoccupazione in aumento, presenza gonfiata dello stato nell’economia, export in calo. Una delusione, quindi freddezza per lo storico legame privilegiato con Parigi.  

È come se in Germania si andasse indebolendo un assioma della politica estera fin dal dopoguerra, il legame con l’Occidente («Westbindung»). Inevitabilmente sono i forti gruppi di interessi economici a influenzare certi rapporti bilaterali non ortodossi per la fedeltà atlantica: le aziende energetiche quelli con la Russia, i costruttori di automobili quelli con la Cina, i colossi elettrici quelli con l’Iran... Merkel pensa, secondo l’ortodossia cristiano-democratica, e nonostante le critiche dell’avversario Peer Steinbrück (non ha cuore per il progetto Ue perché... in fondo è cresciuta a Est), a una Germania europea, o forse a un’Europa «made in Germany», certo non a un’Europa tedesca, che già paventava lo scrittore Thomas Mann. Dunque  non bisogna paventare uno stato muscolare come i Reich del secolo scorso, ma piuttosto una «potenza riluttante», termine usato in una sua copertina dall’Economist (che si è poi spinto, la  scorsa settimana, a raccomandare una sua rielezione). Probabilmente riluttante come quella bambina che non si decideva a tuffarsi in piscina.

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