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Vince Renzi, grazie a Grillo

Il comico ligure spinge i moderati verso il Pd. Berlusconi ora scelga il suo erede - I Risultati  - Lo Speciale

Renzi, Grillo e Berlusconi. I tre leader della campagna elettorale – Credits: Ansa

Un voto drogato, un pericolo scampato e giochi aperti per il futuro. Il risultato immediato di queste elezioni europee, in Italia, è il trionfo di Matteo Renzi. Che si scopre leader della sinistra di governo in Europa dopo lo sfascio degli omologhi socialisti in Francia e laburisti in Gran Bretagna, e ciò avviene un mese prima che l’Italia assuma per sei mesi la presidenza di turno dell’Unione. 

Tuttavia, per vincere Renzi ha dovuto rottamare la sinistra. Ha dovuto sfondare a destra. E deve comunque dire grazie a Grillo che ha spaventato tutti quelli che non credono a sirene, decrescite felici e processi sommari, spingendo così i moderati a diventare renziani. In Italia non si finisce mai di votare turandosi il naso. 

Il voto drogato è quello di quanti in extremis si sono mobilitati con l’idea di alzare una barriera contro le esagerazioni e esasperazioni di un comico cupo e acido, ansioso di marciare su Roma, gente che appartiene a quel bacino maggioritario di italiani borghesi, moderati, tendenzialmente di centrodestra, a cui non piace scommettere al buio o puntare sui cavalli pazzi. Ecco perché il kingmaker di Renzi è Beppe Grillo. Al quale Matteo deve la sconfitta di Bersani e il mancato governo di un Pd ancora sinistro. E deve, di conseguenza, la vittoria nelle primarie, il rovesciamento di Letta e il credito di fiducia degli italiani nei primi tre mesi di governo. A Beppe, Matteo deve perfino la campagna tragicomica da lui condotta tra invettive, insulti, minacce e orrori. “Oltre Hitler”. Una campagna terrificante e bi-polarizzante. Quanti elettori di Forza Italia si sono spostati, tremando di paura e a naso turato, provvisoriamente nelle file di un Pd irriconoscibile (in positivo)? 

Il Pd vince perché con Renzi ha smesso di essere e apparire un partito con una esclusiva e preclusiva identità post-comunista e socialista. Matteo ha accantonato il linguaggio dell’odio e ha puntato sulla speranza, contro la rabbia. Sparisce la sinistra al caviale della Lista Tsipras, sparisce anche il Nuovo Centrodestra al caviale di Alfano e Schifani, confinato nel ridotto di bacini di voto clientelare, soprattutto al Sud, e senza numeri inadeguato a esprimere ministri importanti tra cui il titolare dell’Interno. 

Grillo si ritrova a saltellare in un prato senza direzione, con un numero troppo alto di parlamentari (dico troppi perché, fossero di meno, farebbero qualcosa di più che arrampicarsi sui tetti) e la marcia su Roma è rimandata. Eppure proprio Grillo forse, e Casaleggio, avevano intuito la sconfitta. Come spiegare altrimenti il cambio di strategia comunicativa: più insulti, più urla, e più televisione? Quando sai che stai vincendo, non hai bisogno di agitarti tanto. Oltretutto, Grillo si ritrova spiazzato pure in Europa. Gli anti-europeisti o euroscettici hanno trionfato in Francia, Gran Bretagna e Grecia. Ma i cinque stelle sono forse gli anti-sistema più restii a stringere alleanze con chicchessia, a Strasburgo come a Roma.

Eccellente, invece, fatte le dovute proporzioni, il risultato della Lega di Matteo Salvini che letteralmente risorge, supera di slancio lo sbarramento, si candida a sfondare anche dall’Arno in giù, e mantiene il suo messaggio chiaro, netto, senza ambiguità: fuori dall’euro. Deludenti tutti gli altri. Con una eccezione, che riguarda il terzo protagonista della campagna elettorale con Renzi e Grillo. Silvio Berlusconi ha dimostrato di essere formidabile e di poter tenere da solo Forza Italia sopra un limite più che dignitoso, date le circostanze. Berlusconi ha fatto una campagna incredibile, tarpato dalla esecuzione di una pena dura che pesa sulla sua capacità di convincimento come sui suoi spostamenti elettorali (perfino sulle cose che avrebbe potuto dire o no, visti i paletti ripiantati ogni giorno dai magistrati nel giardino del Cavaliere). Ma il centrodestra a differenza della sinistra, anche spezzettato in FI, NCD, Fratelli d’Italia, Lega, continua a rappresentare un’area soft moderata che in Italia è potenzialmente maggioritaria ma che si è sempre scontrata con le divisioni interne e con l’incapacità di creare una classe dirigente degna di questo nome. 

I giochi per il futuro sono aperti. Renzi non dovrà dilapidare questo patrimonio di fiducia che si è conquistato. Grillo dovrà ripensare con una certa urgenza le proprie strategie di conquista del Palazzo. Alfano dovrà leccarsi le ferite e sforzarsi di farsi venire un’idea per andare avanti, che non sia semplicemente conservare qualche poltrona. E Berlusconi dovrà concentrarsi sulla scelta di un successore. Un erede. O un’erede. 

         

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