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Egitto, basta ipocrisie

Non esiste una 'primavera araba' nel Nord Africa e l'Occidente difenda i propri interessi  - aggiornamenti in diretta - immagini - video - racconto via Twitter

Liberiamoci dalle ipocrisie e dall’ignoranza, e cerchiamo di guardare con occhio realista quanto sta avvenendo in Egitto. Chiunque abbia vissuto e lavorato in Medio Oriente e nei paesi arabi e islamici sa benissimo che le formazioni islamiste sono fortemente radicate nella popolazione ma al tempo stesso culturalmente lontane dal concetto liberale e democratico di Stato moderno. La Fratellanza musulmana è la più importante in Egitto e neppure la più radicale, quella che ha portato alla presidenza Mohamed Morsi dopo la caduta di Mubarak e che adesso combatte nelle moschee e per le strade contro i militari. Il generale Al Sisi ha deposto e imprigionato l’ex presidente Morsi che con la sua politica (interna e estera) all’insegna dell’arroganza islamista ha meritato la destituzione. Al Sisi, del resto, era conosciuto come un nazionalista religioso. Quasi un islamista. E oggi è il principale nemico della Fratellanza.

L’Occidente disorientato continua a guardare a quanto avviene in Egitto con sorpresa (mentre era tutto prevedibile), con ingenuità idealista quasi fosse in corso una tormentata ma promettente “primavera araba” in Nord Africa e Medio Oriente, e dando prova di incompetenza e incapacità di leadership. L’ininfluenza della politica europea era nota, preoccupa di più l’insipienza americana. Obama, ormai al suo secondo mandato, ha fallito nella strategia del dialogo con l’Islam. E messo alla prova degli eventi nei quali si sarebbe dovuto appalesare il suo decisionismo, è risultato incerto e defilato. A cominciare dalla crisi libica nella quale ha appoggiato (seppure con scarsa convinzione) l’intervento voluto dalla Francia di Sarkozy per rovesciare Gheddafi.

L’Occidente che sperava nella rinascita democratica di paesi come Libia, Egitto, Siria e Tunisia, dovrebbe ricredersi a rendersi conto che i tempi non erano maturi. Che forse non lo saranno a lungo. Che l’alternativa di quella che frettolosamente è stata salutata come “primavera araba” è in realtà tra la dittatura della Sharia e quella dei generali. Tra una corruzione e un’altra. Tra un regime plebiscitario islamista che per fortuna incontra sempre maggiori resistenze nel mondo arabo, in particolare nella “borghesia dei sofà”, e un regime fondato sul pugno di ferro di un esercito garante della laicità dello Stato. Insomma, tra una dittatura religiosa e una militare.

C’è poco da fare. La Fratellanza musulmana è fortissima. Le iniziative di carità sociale hanno a lungo sostituito lo Stato nell’assistenza alle frange più deboli della popolazione. E il richiamo del Corano esercita un fascino e genera un senso d’appartenenza (e insieme di esclusione) che costituisce un’ottima base “ideologica” per personaggi come Morsi.

Il sangue che scorre è la conseguenza di quest’alternativa tra opzioni entrambe due tragiche. Ma quella potenzialmente più tragica, per le conseguenze geo-politiche globali e la minaccia alla sicurezza mediterranea è di sicuro l’opzione islamista. Paradossalmente i liberali, i laici, i socialisti, sono più vicini all’esercito (tecnicamente) golpista che ai fratelli musulmani insorti. L’Occidente, invece di pencolare irresponsabilmente tra le aperture agli islamisti e il sostegno ai generali, accetti la pur triste idea di una politica estera ispirata al pragmatismo e alla difesa dell’interesse occidentale (Ue e Usa). Faccia pressione sui generali per scongiurare il più possibile il bagno di sangue, ma abbia chiaro il traguardo della stabilità politica e militare in un’area strategica per la pace mondiale. Non è scontato che le grida delle anime belle siano alla fine più efficaci della real politik, nel limitare i danni per i civili e per la democrazia. In Egitto come nel resto del mondo arabo.

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