Esteri

Unità dei palestinesi: ma l’accordo durerà?

Ai ferri corti da decenni, i nazionalisti di Fatah e gli islamisti di Hamas hanno negoziato un’intesa finalizzata a costituire un governo unitario

Il Primo Ministro Palestinese Ismail Haniyeh nel suo ufficio – Credits: Getty

Perché l'accordo durerà, di William Shamali
Sacerdote e cancelliere del Patriarcato latino di Gerusalemme

Io credo di sì. In quanto palestinese, sono senz’altro soddisfatto del cosiddetto Beach camp refugee agreement. L’accordo, stipulato il 23 aprile tra Ramallah e Gaza nel campo profughi dal quale prende il nome, rappresenta un primo passo verso la riconciliazione nazionale e politica di tutti i palestinesi. E, personalmente, mi auguro che si arrivi quanto prima alle elezioni. Il popolo palestinese (tutto compreso, da chi abita in Cisgiordania a chi abita nella Striscia di Gaza) ha bisogno di decidere da solo e in piena consapevolezza quale governo lo debba rappresentare a livello internazionale.
Il nuovo parlamento riunirà le due anime dell’Autorità palestinese, con un partito al governo e l’altro all’opposizione. Nelle prossime settimane verrà anche costituito un governo tecnico. Tra i suoi primi compiti, ci sarà quello di adottare le misure necessarie per favorire uno svolgimento democratico delle elezioni, che si terranno con tutta probabilità fra settembre e ottobre.
Ma solo il futuro ci potrà dare testimonianza della bontà di questo accordo e della presenza di una vera democrazia. Noi cristiani, che siamo reduci dalle festività di Pasqua e forti della gioia di questi ultimi giorni, non dobbiamo mai smettere di cercare l’unità. Ogni giorno e in ogni momento.

Perché l'accordo non durerà, di Olivier Danino
Ricercatore dell’Istituto francese di analisi strategiche 

Io temo di no. Quando fu siglata l’intesa di Doha, nel febbraio 2012, credevo che la riconciliazione tra Fatah e Hamas fosse destinata a durare. Mi sbagliavo. Per questo ora sono più pessimista. Soprattutto perché l’ultimo accordo è stato raggiunto in fretta. Non si sa se e come molte questioni cruciali (dalla liberazione dei prigionieri politici alla gestione dei territori, fino all’organizzazione dei servizi di sicurezza) saranno affrontate. Uno stato non può permettersi di avere milizie armate sul proprio territorio che non facciano capo a esercito o a polizia.
Quando Hamas prese il potere a Gaza alle elezioni del 2006, il presidente Mahmud Abbas fece in modo di riportare nelle sue mani molte prerogative, anche relative alla sicurezza. Per immaturità politica, Hamas preferì rispondere con la violenza invece che con il dialogo. Quando Abu Mazen è salito al po-
tere, ha fatto della rinuncia alla violenza un punto fondamentale. E ha preteso e ottenuto di fermare l’intifada.
Invece Hamas alla violenza non ha mai rinunciato chiaramente. L’unico elemento su cui le due fazioni hanno trovato un accordo è che Abbas guidi il governo di unità nazionale fino alle elezioni. Come i posti saranno suddivisi sarà un banco di prova che definirà piuttosto in fretta la tenuta dell’accordo.

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