Politica

Il doppio gioco di Matteo Renzi

A Berlusconi, la legge elettorale e un voto a breve. Ad Alfano, fare durare tre anni la legislatura. Strategia di un funambolo

Il premier Renzi, tra Berlusconi e Alfano – Credits: Getty

Racconta agli intimi Giuseppe Lauricella, il deputato del Pd che s’è inventato l’emendamento salva-legislatura, quello che lega l’entrata in vigore dell’Italicum all’abolizione del Senato: "Fino a due settimane fa Matteo Renzi mi ha fatto pressioni su pressioni per ritirarlo. Poi negli ultimi 15 giorni mi ha chiesto di mantenerlo". È il fascino di Palazzo Chigi: quando si entra nel Palazzo, il modo di vedere il mondo cambia.

Se da segretario del Pd Renzi era impaziente di andare al voto, da premier gli è venuta una gran voglia di durare al governo. È un’attrazione fatale e anche l’ex sindaco di Firenze non ha resistito. E l’uomo non è tipo (Enrico Letta che ne ha fatto le spese, lo sa bene) da sottrarsi alle tentazioni. Né va molto per il sottile sugli accordi fatti. Per lui un patto è un elemento strumentale: serve a siglare una tregua, a intimorire un avversario o, magari, a fregarlo.

Così, per assicurarsi "due forni", secondo la vecchia regola andreottiana, ci ha messo poco a promettere a Berlusconi l’approvazione della legge elettorale in tempi brevi per votare nel giro di un anno e, contemporaneamente, ad Angelino Alfano l’impegno di tenere insieme l’Italicum e la riforma del Senato, schema che farebbe durare la legislatura almeno altri tre anni. "Non lo avete capito che questo è più paraculo di Berlusconi" dicono in coro due dalemiani passati armi e bagagli nella corrente renziana come Marco Minniti e Nicola Latorre.

Appunto: il personaggio è furbo e scaltro secondo i dettami che consiglia all’uomo politico il suo illustre concittadino Niccolò Machiavelli. E i suoi collaboratori più stretti si muovono all’unisono con lui, assecondano i suoi giochi. "Ma certo che Matteo farà approvare la nuova legge elettorale subito" giura l’uomo che ha prescelto come suo successore a Palazzo Vecchio, Dario Nardella. Poi aggiunge: "Almeno penso...". Già, "almeno penso". In queste due parole c’entra tutto e il contrario di tutto, come nel discorso fatto dal premier nel dibattito sulla fiducia in Parlamento.

Invano in quelle giornate Denis Verdini, per conto di Silvio Berlusconi, gli ha chiesto di essere più chiaro sul rispetto degli impegni presi sulla legge elettorale. Renzi per ora non sceglie, sta in mezzo tra il Cav e Alfano, pronto a lusingare o a minacciare l’uno o l’altro secondo i suoi comodi: se il governo non funzionerà, il nuovo Principe del Machiavelli della politica italiana potrà sempre andare al voto incolpando i "rottamandi" di Ncd del suo insuccesso; altrimenti, se sceglierà di durare, la vittima prescelta sarà il Cavaliere.

Insomma, sta andando in scena un notevole paradosso politico: le due anime del centrodestra belligeranti tra loro sono entrambe cadute in balia dei desideri del leader del Pd. Come pure dipende solo da loro la possibilità di privarlo del potere di dare le carte. Berlusconi lo ha già capito: "Evitiamo polemiche con i cugini" è la raccomandazione che ha fatto ai suoi. Alfano, invece, ancora no.

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