Esteri

Diario di guerra: noi non ci faremo mettere in croce

Per due anni non si sono schierati, poi dopo la conquista di Maalula e la violenza dei ribelli qaedisti hanno preso le armi e hanno deciso di resistere

Un soldato governativo siriano pattuglia le strade della città cristiana di Maalula (Ansa)

«Fà il segno della croce e non ti accadrà nulla. La Madonna ci protegge» sussurra il miliziano all’ingresso di Maalula, la piccola perla cristiana vicino al confine libanese
dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù, attaccata il 5 settembre dai ribelli siriani. Un consiglio da seguire, per fede o scaramanzia, avvicinandosi ai tonfi delle
cannonate dei tank governativi. Dice di chiamarsi Fouad S., ha il kalashnikov a tracolla e un rosario di perline bianche attorno al collo. «Siamo cristiani, giovani di Maalula.
Quando ci hanno attaccato, abbiamo deciso di imbracciare le armi» spiega tirando fuori dalla maglietta la croce appesa al rosario per baciarla. Al suo fianco c’è una specie di comandante con gli occhialoni scuri, barba curata, radiotrasmittente e pistola con il calcio bianco infilata nella fondina sul petto.

Un manipolo di miliziani cristiani arruolati nei comitati di difesa popolare, pro Damasco, bivacca in attesa di avanzare verso la cittadina dove si è combattuta una dura battaglia. Qualcuno ha tatuato sul braccio il volto di Cristo o quello del santo preferito. Fouad prende da parte il cronista e annuncia: «Questo è il nostro paese, fin dai tempi di Gesù, lo difenderemo e siamo pronti a combattere per qualsiasi villaggio cristiano in pericolo»

Sembra di essere tornati indietro nel tempo, alla guerra civile libanese del 1975, quando i cristiani maroniti imbracciarono le armi per difendere una fetta di Beirut in
un conflitto senza speranze. All’inizio della guerra civile in Siria i cristiani, oltre 2 milioni, tenevano le distanze dal regime e dai ribelli. La deriva islamista della rivolta anti Assadche sta colpendo chiese, il clero e tanti fedeli li ha costretti alla fuga. I profughi cristiani dalla Siria sono circa 200 mila. Da qualche mese, però, alcune comunità hanno decisodi combattere, non solo a Maalula, in difesa della propria gente e delle chiese millenarie. La prima milizia cristiana è sorta lo scorso anno ad Aleppo, la Milano siriana nel norddel paese, teatro di una furiosa battaglia casa per casa mai conclusa. All’inizio venivano reclutati giovani fra i boy scout per difendere le chiese.

Poi gli armeni, che accusano la vicina Turchia, antico persecutore, di appoggiare i ribelli, si sono organizzati con armi leggere. A Saidnaya, non lontano dalla capitale siriana, i
turisti andavano in pellegrinaggio per visitare le chiese della zona. Adesso la milizia locale, filogovernativa, è composta da cristiani, però in città e dintorni ci sono sacche di ribelli sunniti. Anche a Damasco chi ha fede in Cristo si sta armando. A Jaramana, il grande quartiere dove «piovono bombe», i cristiani si sono organizzati in ronde armate.

«All’inizio il governo ci offriva le armi per difenderci, ma le autorità ecclesiali avevano detto no. Poi sono iniziati gli attacchi e i rapimenti mirati dei cristiani» racconta con
lo sguardo spento Aida Gabriel, rifugiata nella chiesa siriaca di san Gabriele, sulle pendici di Beirut. Le minacce di rappresaglie alle tre figlie nella cittadina di Qamishli, nel nord-est della Siria sul confine turco, l’hanno convinta a fuggire in Libano. «I takfir (estremisti sunniti, ndr) volevano far saltare in aria le chiese» racconta la donna. «Mio marito è stato il primo a reclutare dei volontari fra i giovani per l’autodifesa e garantire la celebrazione del Natale dello scorso anno».Capelli corvini e croce in legno appesa al collo, Aida assicura che «nella zona cristiana non facevamo entrare neppure la polizia». A Qamishli i cristiani assieme alle milizie curde, anti Al Qaeda e ai ferri corti con i governativi, resistono, ma con poche speranze.

Fra le file dei ribelli i cristiani sono pochi. Bassam Ishak, che fa parte della Coalizione nazionale siriana, il principale blocco d’opposizione, ha ammesso: «I governi occidentali non vogliono fornirci le armi che servono a difenderci». Amjad Hadad è il comandante di un battaglione dell’Esercito libero siriano, i ribelli meno estremisti, però i suoi uomini vengono visti con sospetto dai fanatici della guerra santa. La rabbia cristiana è esplosa con l’attacco a Maalula. Gli oltranzisti del fronte Al-Nusra, ceceni, pachistani, libici, hanno tirato giù le croci del monastero di san Sergio.

«Poi volevano abbattere la grande statua della Madonna sulla roccia. A quel punto i giovani hanno preso le armi e cominciato a sparare» racconta Mery, la moglie del sindaco. Il monastero di santa Tecla, con 15 suore barricate dentro assieme a 30 orfani, non è stato toccato. I ribelli si sono limitati a bivaccare all’esterno, sembra su pressione dell’Arabia Saudita. L’esercito di Bashar al-Assad è entrato a Maalula, ma i ribelli si sono annidati fra le rovine dell’hotel Sarkis che domina la cittadina. Le cannonate dei carri armati hanno martellato per giorni l’albergo vicino al monastero di san Sergio. I colpi partivano con un bagliore rossastro ed esplodevano in una nuvola di fumo bianco.

Ma non tutti i cristiani di Maalula sono stati risparmiati come le suore e nove risultano dispersi, probabilmente presi in ostaggio. «Sabato 7 settembre giravano con gli altoparlanti per strada gridando “Allah u akbar” (Dio è il più grande, ndr). Dicevano di arrendersi, che non sarebbe successo nulla. Volevano dividere gli uomini dai bambini e dalle donne» racconta Antwanit Thaalab, una sopravvissuta. «I miei tre cugini sono usciti disarmati e con le mani in alto. Li hanno ammazzati come cani perché erano cristiani» denuncia Antwanit, che ha un braccio a tracolla e un grosso cerotto sul petto.

Dopo l’esecuzione i ribelli hanno gettato una bomba a mano nella casa e sparato raffiche di mitra. «Non so come mi sono salvata» spiega. «Scappavo e mi sparavano dietro. Uno mi ha colpito al braccio e un altro di striscio al petto. La Madonna mi ha protetta. È un miracolo se sono viva». Mery, che le sta accanto, grida: «Ci dicevano che se non fossimo diventati musulmani saremmo finiti sgozzati. Vogliono eliminare i cristiani d’Oriente. Come è possibileche l’Occidente abbia aiutato questi tagliagole e non venga a salvarci?».

Ai funerali delle tre vittime di Maalula non pochi cristiani sono arrivati in armi. La Chiesa dell’Ulivo, a Bab Tuma, la Porta di Tommaso, nell’antica Damasco, è piena di donne in nero. Alcune innalzano cartelli scritti in rosso: «Dio benedica la Siria». Una donna in divisa verde oliva, basco, trucco e kalashnikov guarda i giornalisti con rabbia. Un cristiano porta una grande Colt nella fondina. I giovani che si sono arruolati nella Difesa popolare a Maalula hanno gli occhi umidi. «Quello che è accaduto in Iraq, in Egitto e da due anni in Siria punta a ridurre o eliminare la presenza cristiana in Medio Oriente, ma sarebbe come amputare un pezzo di cristianità» sottolinea Maria Saadeh, deputata indipendente a Damasco. Sui correligionari cristiani che combattono non ha dubbi: «Sono i salafiti e i terroristi stranieri giunti in Siria che puntano a provocare la violenza settaria fra comunità religiose.

Alla messa domenicale nel monastero di san Gabriele una giovane in fuga dalla Siria suona al violino una musica struggente. Il prete, Toni Saliba, dopo aver celebrato, ricorda
l’epopea del santo Efrem, nel 300 dopo Cristo: «Incitava i soldati cristiani attaccati dai persiani dicendo che se perdevano la città avrebbero perso a forza la fede. Non dobbiamo sempre fuggire. Se veniamo attaccati, possiamo difenderci».

George Hanna è uno dei cento rifugiati nel monastero. È fuggito da Deir al-Zour, nel nord-est della Siria, solo 20 giorni fa. «Quando sono arrivati i miliziani dell’Esercito libero, non siamo scappati. Poi però è stata emessa una fatwa che rendeva possibile la confisca dei beni dei cristiani e gli estremisti stranieri hanno devastato le chiese usandole come basi» racconta quasi tremando. Giura di aver visto catturare almeno sei combattenti islamici con documenti italiani, probabilmente immigrati che hanno scelto la strada della guerra santa. «Noi cristiani abbiamo tentato di salvare le chiese e opporci con le armi, ma assieme ai governativi eravamo appena in 200. Ci hanno spazzato via» ammette George.

Sua moglie, Linda Ramzi, era scappata da Mosul, in Iraq, dagli attacchi islamici dopo l’invasione americana del 2003. «A Deir al-Zour ci siamo conosciuti e sposati» racconta George con l’amaro in bocca. «Eravamo felici, ma la persecuzione ci rincorre. E secondo mia moglie la guerra in Siria, per noi cristiani, è molto peggio di quella in Iraq».

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