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Dalla parte di Israele

La realtà è che lo Stato ebraico combatte per la sopravvivenza. E la sopravvivenza di Israele è la nostra, perché Israele è un’isola di Occidente in un mondo ostile. L'analisi e le foto dei raid

Ashkelon, Israele

 

Mi urtano i discorsi di quelli che fanno tanti distinguo dopo l’uccisione di tre ragazzi che tornavano da scuola facendo l’autostop, rapiti solo perché ebrei e figli di coloni. Tre ragazzi (Eyal, 19 anni, Naftali e Gilad, 16) con le passioni di tutti i ragazzi: calcio, pallacanestro, chitarra, cucina... Tanti fratelli e tante sorelle. I corpi abbandonati fra le pietre a nord di Hebron.

In questi casi, bisogna stare con Israele senza se e senza ma.

Mi fanno orrore i discorsi di quelli che insinuano che Israele aveva un interesse al rapimento e all’assassinio perché adesso può chiedere con forza a Abu Mazen, leader dell’Autorità palestinese, di rompere il recente sodalizio con gli estremisti di Hamas a Gaza. Mi fanno ridere amaramente le argomentazioni di quelli che ora chiedono a Israele di porgere l’altra guancia per tutelare un “percorso di pace” che purtroppo non c’è.

La realtà, nuda e cruda, è che Israele combatte per la sopravvivenza. Ma la sopravvivenza di Israele è la nostra, perché Israele è un’isola di Occidente incastonata in un mondo per lo più ostile.   

Le autorità israeliane hanno ritardato la notizia del ritrovamento dei corpi per rispetto verso le famiglie, per avvertirle prima. Famiglie che si sono sempre comportate in modo semplice, sobrio. Maurizio Molinari scrive su “La Stampa” che Adin Even-Israel Steinzaltz, rabbino che insegnava ai ragazzi e grande studioso del Talmud, non è voluto apparire in pubblico ma ha definito l’uccisione “Kidush Hashem” (“Santificazione del nome di Dio”). Una formula riservata alle vittime dei nazisti. Intanto lo Shin Bet, il servizio segreto israeliano, ha accusato del rapimento due estremisti del clan palestinese dei Qawasmeh, legato a Hamas ma spesso fuori controllo. Hamas non ha rivendicato il rapimento, ma neppure lo ha smentito. E alle accuse di Israele ha risposto promettendo “l’inferno” in caso d’attacco.

Bene ricordare i fatti, circoscriverli. Ma una cosa va detta. È facile, nelle nostre case in Europa sulle quale non cadono i razzi di Hamas, ragionare di pace possibile, entusiasmarsi per l’incontro davanti al Papa del presidente israeliano Peres e di Abu Mazen. Facile assumere posizioni “equidistanti”, quasi che l’equidistanza fosse di per sé garanzia di giustizia e pace. Facile persino lasciarsi andare a elucubrazioni che pur contengono un subliminale riflesso antiebraico, come quella per cui era nell’interesse di Israele minare il fresco accordo tra Fatah e Hamas (e quindi il rapimento di Eyal, Naftali e Gilad dev’essere stato concepito a Tel Aviv). Facile e suggestivo come il “revisionismo” antisemita sulle Torri Gemelle abbattute per un complotto giudaico. Facile e ignobile. Facile infine invitare Israele a non reagire, a perseguire il “dialogo”. Sfugge, a chi la pensa così, che Israele combatte una guerra contro l’ostilità concentrica di tutti i suoi vicini, con l’eccezione di quelli ridotti alla ragione dalle sconfitte in guerra. Contro l’ostinazione di tanti a cancellare lo Stato ebraico dalle mappe geografiche. Ma Israele difende anche quell’Occidente culturale e politico del quale parlano storici coraggiosi come Niall Ferguson.

La realtà, sul terreno, è diversa da quella astratta, buonista, di chi esclude la forza per sopravvivere, quando soltanto la forza ha consentito a Israele di tenere vivo un simulacro di Occidente (e democrazia) in Medio Oriente. 

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