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D'Ambrosio ucciso (anche) dalla giustizia

Quel filo che lega magistrati, giornalisti, politica e che a volte diventa un cappio

Loris D'Ambrosio alla sinistra del Presidente Napolitano in un incontro pubblico (CRedits: ANSA/ MASSIMO PERCOSSI)

La tempestività di un infarto come quello che ha stroncato il magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del capo dello Stato, è quasi più drammatica del suicidio di tante vittime dell’interminabile persecuzione giudiziaria in Italia, colpevoli o innocenti che fossero. Un filo rosso che si dipana da anni attraverso un esercizio della giustizia che non ha rispetto per la dignità della persona. Un calvario, una strage, frutto anche (perché nessuno lo dice?) di quel circuito mediatico-giudiziario che si nutre di faldoni e fotocopie provenienti dagli uffici dei Pm, veline che vengono sistematicamente appoggiate da manine senza volto sulla scrivania dei cronisti di giudiziaria. Questi ultimi, in realtà, sono i meno colpevoli, perché fare il lavoro del giornalista consiste nel cercare notizie per poi pubblicarle, mentre il dovere di un magistrato, un cancelliere, perfino un avvocato, è quello di rispettare la segretezza delle indagini e la privacy delle persone.

Semmai, c’è da immalinconirsi per l’assenza in Italia di un autentico giornalismo investigativo. Le pagine di giudiziaria si riducono per lo più a essere la buca delle lettere degli stessi Pm a caccia di notorietà o in cerca di un clamore che risponde a obiettivi politici, non a urgenze investigative. Il vero giornalismo d’inchiesta non scopiazza i verbali di interrogatorio, li precede. Non rivela le indagini, le provoca.

D’Ambrosio muore di crepacuore e subito partono le polemiche, i tentativi di usare la sua scomparsa contro gli avversari. Sono strumentalizzazioni di segno opposto. Non è che se D’Ambrosio muore, soffocato dall’angoscia per essersi trovato al centro di una campagna di stampa, chi lo ha attaccato ha improvvisamente torto o ragione, e chi lo ha difeso ha ragione o torto. Piuttosto, emerge plastica la realtà di una lotta politica che è diventata questione di vita o di morte. Altri sono caduti prima di D’Ambrosio, altri più numerosi si sono uccisi, altri ancora hanno avuto la vita rovinata (persi il lavoro, la moglie, la salute, i figli) e né la morte né il suicidio li hanno scagionati di fronte alla pubblica opinione.

Il cinismo di un ex magistrato come Antonio Di Pietro, che neppure nel giorno in cui se ne va l’uomo bersaglio delle sue critiche riesce a tenere la bocca chiusa, si sposa con la disumanità di quanti usano la morte per i loro giochi (politici). Per i loro esercizi di retorica. Almeno, la reazione accorata del presidente Napolitano è giustificata dall’amicizia e vicinanza al suo consigliere, dalla conoscenza della sofferenza prodotta dalla campagna di stampa contro il suo staff. Il comunicato del Quirinale che denuncia l’accanimento contro D’Ambrosio è sopra le righe, ma nessuno può censurarlo.

Anche Di Pietro ha in parte ragione quando interviene (pur grossolanamente, con cattivo gusto) per respingere le strumentalizzazioni e “rimandarle al mittente”, a chi avrebbe premuto su D’Ambrosio usandolo come quel “servitore dello Stato” che oggi tutti dipingono e inducendolo a interferire (questa era l’accusa) nelle indagini della procura di Palermo.

Va detto chiaro. D’Ambrosio non si è ucciso e non è stato ucciso. Da magistrato pure lui in prima linea (anche se una prima linea invisibile) non ha retto. Il suo cuore non ce l’ha fatta. Non sapremo mai quanto abbiano realmente pesato la querelle sulla trattativa Stato-Mafia, lo scambio di telefonate con l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e gli attacchi dell’Italia dei Valori e di alcuni quotidiani, o l’imbarazzo indotto da quelle sue conversazioni in nome del Presidente.

L’unica cosa che mi viene da pensare è che a morire d’infarto sono quasi sempre le persone per bene. Gli altri hanno il cuore d’acciaio.

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