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Chi ci guadagna con la nuova legge elettorale

La bozza di riforma approvata al Senato dimostra, semmai ce ne fosse stato bisogno, che i partiti pensano a se stessi, non agli italiani

casini

Lo scopo dei partiti con la riforma elettorale non è solo e tanto quello di dare all’Italia un sistema che garantisca la governabilità, quindi un premio di maggioranza per la coalizione o il partito più grandi. Ma lo scopo dei partiti è anche e soprattutto quello di garantire a se stessi di vincere con facilità se sono in vantaggio, o di non perdere troppo se sono in affanno. Succede allora che partiti di maggioranza arrivati col fiato corto a fine legislatura, e ormai minoritari nel paese, riscrivano le regole per garantire non la governabilità ma l’ingovernabilità, che consenta loro di pesare in futuro come opposizione. Oppure, se i partiti di maggioranza possono sperare di vincere ancora (chiaramente l’ipotesi oggi meno probabile), faranno di tutto per regalarsi un sistema che li faccia governare con ampio margine.

Insomma, la trattativa in corso per la riforma elettorale risponde ancora una volta agli interessi dei partiti e non degli italiani. Ciascuno porta acqua al proprio mulino: il PDL per non soccombere del tutto, l’UDC per contare a dispetto della sua piccolezza, il PD per stravincere. E tutti insieme per neutralizzare Grillo. L’ultimo accordo tra PDL e UDC prevede un premio di maggioranza solo per la coalizione che abbia già superato il 42.5 per cento (e non appena il 30 come inizialmente previsto), portandola al 55 per cento dei seggi. Prevede inoltre un premio di consolazione del 10 per cento per il primo partito se nessuna coalizione raggiunge quella soglia. Grida al complotto il PD, che pregustava il trionfo col 30 insieme a SEL e non si accontenta del 10 solo per il primo partito.

Lo sgambetto di PDL e UDC affosserebbe ogni velleità di guida solitaria del governo da parte di Bersani alleato con Vendola. Casini ha oggi tutto l’interesse a preservare il ruolo dell’UDC come ago della bilancia di future alleanze di governo. E in fondo non ha tutti i torti. La famosa legge-truffa, osteggiata e demonizzata dalla sinistra nel ‘53, assegnava un’ampia maggioranza in Parlamento (il 64.5 per cento) alla coalizione che avesse superato il 50 per cento dei voti. Si trattava di puntellare e estendere una maggioranza che era già assoluta, oltre la metà. Il PCI gridò al golpe e allo scandalo. Oggi, il PD vorrebbe puntellare e ampliare una maggioranza non della metà ma di meno di un terzo dei voti, quasi raddoppiandone il peso.

Anche i grillini gridano al golpe, perché sperano di diventare il primo partito e potenzialmente la prima coalizione, quindi si trovano in una situazione simile a quella del PD. L’ambizione del comico ligure e dei suoi fan sarebbe quella di crescere, crescere, crescere. In ballo c’è la prospettiva del governo Monti, del governo Bersani o – non sia mai – del governo Ingroia. Il primo, un Monti bis, sarebbe inevitabile se il Parlamento si confermasse frammentato e diviso, eletto con una legge il più possibile proporzionale (PDL e UDC vedrebbero bene quest’ipotesi).
La verità? I partiti non guardano all’interesse del Paese e degli italiani, ma a quelli che ritengono (a volte anche a torto) gli interessi propri. E siccome è oggettivamente difficile trovare un punto di ricaduta accettabile per tutti, la prospettiva più probabile è che alla fine la riforma non si faccia. E così resteremmo col Porcellum. E forse non sarebbe il male peggiore…

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