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Catalogna: la crisi uccide nell'urna i sogni d'indipendenza

Alleanza difficile tra il leader indipendentista Mas (perdente) e la sinistra separatista. Forse un nuovo patto fiscale con Madrid

"Lunga Vita alla Catalogna"

Indipendentisti catalani agitano cartelli e bandiere durante la Giornata Nazionale Catalana a Barcellona, 11 Settembre 2012(Credits: REUTERS / Gustau Nacarino)

L’ansia dei catalani per la crisi galoppante vale più delle aspirazioni allo “Stato proprio”, all’indipendenza di Barcellona da Madrid. E così, forse a sorpresa (ma non troppo), il partito indipendentista moderato dell’attuale presidente della Generalitat, Arturo Mas, esce sconfitto dalle urne con 50 seggi su 135 invece dei 62 che aveva. La crisi gonfia le vele della sinistra indipendentista di Esquerra Republicana, che diventa il secondo partito con 21 seggi, a scapito dei socialisti che ne perdono 8 (temevano peggio). Forte anche l’avanzata delle altre piccole formazioni di sinistra, i verdi di Iniciativa-Verds (da 10 a 13) e la new entry nel parlamento di Barcellona: gli indipendentisti anticapitalisti dei Cup, 3 seggi. E crescono i popolari di Alicia Sanchez Camacho (19 seggi, un record per il partito conservatore post-franchista). Mariano Rajoy, il premier spagnolo, esulta e sottolinea la “politica rovinosa” di Mas. Il leader indipendentista aveva ancora negli occhi, alla vigilia del voto, quel milione e mezzo di catalani in piazza lo scorso 12 settembre per il referendum e il divorzio da Madrid.

Non è questo il momento, per la Spagna come anche per la Catalogna, di accarezzare sogni di gloria nel segno dell’indipendenza. Diventa difficile per Mas, in vista di una possibile alleanza con la sinistra “divorzista” da Madrid, tenere unite le due anime del suo partito, il CiU, Convergencia (progressista) i Uniò (conservatrice). La borghesia imprenditoriale di destra catalana che si riconosce in Mas e nel CiU non sposerebbe mai la causa della sinistra anti-capitalista, ideologica e massimalista.

E se c’è chi addirittura parla di possibili dimissioni di Mas, l’ipotesi più probabile è che il dialogo tra gli indipendentisti e la sinistra porti a un qualche compromesso che non consenta però di spingere sull’acceleratore del separatismo. Anche perché pure l’amministrazione catalana ha le sue colpe nella crisi che ha colpito la regione e tutta la Spagna. La Catalogna alimenta per più di un quinto il prodotto interno lordo spagnolo, ma anche il suo debito, 42 miliardi di euro, è superiore a un quinto di tutto il debito pubblico spagnolo. E se la regione di Barcellona è in testa nella classifica dell’export e i catalani lamentano di foraggiare con le tasse le più povere regioni del Sud, è pur vero che l’economia catalana è alimentata dal lavoro della Spagna meridionale e dal complessivo mercato interno.

Una Spagna che lotta contro l’indebitamento delle sue regioni, la fragilità delle sue banche e gli effetti devastanti della bolla immobiliare e della politica espansionista di Zapatero, con previsioni di contrazione dell’economia dello 0,5 per cento il prossimo anno nella migliore delle ipotesi, e dell’1,7 per i meno ottimisti (vedi la Barclays). In queste condizioni, l’obiettivo massimo di Mas, al momento potrebbe essere un nuovo patto fiscale con Madrid che riduca il drenaggio fiscale da Barcellona.

Senza contare che il referendum per l’indipendenza, brandito e agognato da Arturo Mas nell’orizzonte dei quattro anni, incontrerebbe non pochi e non poco gravi ostacoli di carattere politico e soprattutto costituzionale. Sarebbe il Re a dover indire la consultazione (altamente improbabile). E se anche il parlamento catalano la decidesse, dovrebbe farlo nella cornice di una Costituzione che esclude la secessione.

Per la Spagna, oggi, è il momento della solidarietà, del rimboccarsi le maniche tutti insieme, non quello del divorzio. Come in tutti i matrimoni tormentati di fronte a scelte radicali: se mancano i soldi, meglio restare uniti.

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