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Busher, Chernobyl iraniana

Inaugurato il 12 settembre 2011, l'impianto - cogestito con i russi - potrebbe dar luogo a una nuova catastrofe atomica

IAEO HANDOUT ANSA-CD

La “prossima Chernobyl”? Molti esperti concordano: sarà la centrale di Bushehr, in Iran. Certo somiglia tanto alla storia di “al lupo, al lupo” la frequenza con la quale compaiono sui media internazionali pezzi sulla “Chernobyl” iraniana. Indici puntati sull’impianto a 17 chilometri dalla città di Bushehr, tra due villaggi di pescatori sul Golfo Persico.

L’ultimo allarme lo hanno lanciato sull’“International Herald Tribune” Khosrow B. Semnani e Gary M. Sandquist, il primo autore di un saggio sul costo umano di un eventuale attacco militare agl’impianti nucleari iraniani, il secondo un professore di ingegneria nucleare all’Università dello Utah. A dispetto della preoccupazione per la capacità di Teheran di fabbricare in tempi brevi l’arma atomica, i due esperti sono convinti che la struttura di Bushehr, considerata il volto rispettabile del nucleare iraniano, costituisca in realtà “il pezzo più pericoloso del puzzle”, per tutta una serie di ragioni. Le traversie nella progettazione e fabbricazione, tra stop and go dovuti a rivoluzioni e turbolenze politiche, la conseguente necessità di mettere insieme tecnologie diverse russe e tedesche, la presunta inadeguatezza degli ingegneri e la reticenza di Teheran ai controlli, fanno pensare che davvero Bushehr possa essere “la nuova Chernobyl”, in grado di innescare “un disastro umanitario e un danno economico esplosivo in tutta la regione petrolifera”. Non conforta la considerazione che l’Iran non è isolato nel suo rifiuto di firmare il Trattato di Non-proliferazione nucleare, infatti è l’unico Paese con una centrale nucleare in funzione che non abbia firmato almeno la Convenzione sulla Sicurezza nucleare del 1994.

Già lo scorso ottobre la produzione è stata interrotta per problemi tecnici imprevisti nelle celle. Un ex direttore dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana ha dovuto ammettere difetti di progettazione. Nell’area l’umidità è altissima, tanto che i progettisti hanno dovuto studiare materiali speciali a protezione dei componenti, e le temperature estive toccano i 50 gradi centigradi. Per di più, l’impianto si trova sul mare, come Fukushima. Gli esperti dell’“International Herald Tribune” non fanno che riprendere brandelli di notizie e moniti degli ultimi mesi e settimane, per concludere che la comunità internazionale dovrebbe fare pressione su Teheran per garantire la sicurezza del sito. I Paesi del Golfo sarebbero i primi a essere investiti dalle conseguenze tragiche di un incidente a Bushehr, ma tra gli effetti dell’inevitabile choc petrolifero ci sarebbe l’impennata del prezzo del petrolio. Il marasma economico mondiale. Richiami diplomatici di “al lupo, al lupo” sono stati più volte pronunciati nelle sedi internazionali da rappresentanti del Consiglio di cooperazione del Golfo.

L’impianto è stato inaugurato ufficialmente il 12 settembre 2011. La responsabilità tecnica è condivisa dai russi. Lo scorso agosto l’impianto ha raggiunto il 100 per cento della capacità operativa. Gli Stati Uniti per primi hanno riconosciuto che si tratta di una centrale non militare. Ma intanto si sono moltiplicati gli studi sulle falle del progetto. Un geologo kuwaitiano ha sostenuto che il sito si trova nel punto di giunzione di tre placche tettoniche. I tecnici replicano che l’impianto è in grado di resistere a un terremoto di magnitudine 8-9, e che si trova comunque in una zona di rischio sismico inferiore al Giappone e a Taiwan. Negli ultimi giorni, il portavoce del ministro degli Esteri iraniano ha dovuto negare l’esistenza di “problemi tecnici”, ha aggiunto che gli esperti iraniani “stanno acquisendo la conoscenza degli aspetti tecnici della centrale”. Basterà per far dormire sonni tranquilli ai Paesi del Golfo, all’area mediorientale e a tutti noi?

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