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Buona fortuna, piccolo Assim

L'incredibile e commovente storia del bambino afghano giunto in traghetto a Venezia rinchiuso in un trolley

Bambini e Marines a Khan Neshin, Afghanistan

(AP Photo/Kevin Frayer)United States Marine LCpl. Grayson Barnette of Md. from the 2nd MEB, 4th Light Armored Reconnaissance Battalion gives candy to Afghan children during a patrol in Khan Neshin, in the volatile Helmand province of southern Afghanistan, Thursday, Dec. 10, 2009.

Voglio raccontarvi di Assim, 5 anni, afghano, protagonista di un’odissea di 6mila chilometri dall’Iran a Venezia. Potete leggere oggi la sua storia sul “Corriere della Sera”, a firma Andrea Pasqualetto . È una di quelle storie che impongono un distacco mentale dalle nostre piccole preoccupazioni di routine, uno sforzo di immaginazione e immedesimazione. Cioè di umiltà.

Immaginate anzitutto il momento in cui i finanzieri del porto di Venezia hanno indicato a Ali Shaker, passeggero del traghetto da Patrasso, Grecia, il suo trolley. Immaginate la delicatezza con cui Ali deve aver maneggiato il bagaglio, ben sapendo che lo avrebbero arrestato. Immaginate lo stupore delle guardie vedendo uscire dal pertugio, con le proprie gambe, un bimbo scuro, bruno, scarmigliato, rimasto fino a quel momento rannicchiato in 60 centimetri per 30 respirando a stento l’aria filtrata da un foro. Immaginate gli attimi, sospesi, di quella rinascita. Quasi che il trolley fosse il ventre materno dal quale sbucare a un’altra vita, alla luce di un nuovo giorno.

Assim non ha pianto (solo la sera qualche lacrima, dicono), è rimasto là dopo essersi snodato e sgranchito nella minuzia dei suoi 5 anni, a guardare all’insù quelle divise, quegli uomini. Senza fiatare. Come se qualcuno gli avesse ordinato di stare zitto “qualsiasi cosa succeda”. Ora, per la cronaca, Assim è in comunità a Venezia, per qualche mese dovrà restare in Italia, magari affidato a una famiglia. Ha percorso nel modo rocambolesco che possiamo immaginare una strada infinita dalla sua terra d’origine, la valle afghana di Bamyan dove la sua gente, sciita di etnia mongola che parla una lingua turcofona, è vittima di persecuzioni feroci che hanno avuto l’apice nel massacro del ’98, trucidati a migliaia dai talebani. Da allora la diaspora senza fine. Immaginate il viaggio di Assim tra campi minati, montagne e altipiani, a piedi e a dorso di mulo, attraverso il Kurdistan innevato e le pianure persiane, in auto e in camion, tra posti di blocco, guerre e terre di nessuno, tra notti nel deserto e dogane, tra tangenti e preghiere al braccio del padre, forse, poi di passeur, “zii” o amici o profittatori. Sempre con in testa il sogno della “Germania”, che per Assim è solo un nome. Una meta. Il sogno dei genitori rimasti in Grecia, a detta di Ali, o forse più lontano, di far consegnare il bimbo a un parente in Nord Europa. Se davvero c’è. Un duro percorso da globetrotter disperato, pieno di speranza. Una rotta da “Giro del mondo in 80 giorni”. Dopo l’Iran la Turchia, forse in gommone, poi la Grecia. Patrasso. Ancora il mare. Fino a Venezia. Nel trolley.

Pasqualetto, sul “Corriere”, ricorda un’altra odissea, triste e tragica. Quella di Zaher Rezai, profugo-poeta di 13 anni secondo falsi documenti (in realtà forse già 18enne), hazaro come Assim, che non ha avuto la stessa fortuna di Assim e che a ridosso di Natale del 2008 morì sbalzato nella notte dal cassone di un Tir al quale s’era legato a Mestre, ultima tappa d’una fuga di migliaia di chilometri. Sull’asfalto fu trovato il suo taccuino di poesie. Due fra tante, di struggente bellezza, accompagnano idealmente la scommessa vitale, o mortale, delle centinaia di adolescenti che hanno seguito le stesse orme di Zaher e Assim, con alterne fortune. “Tanto ho navigato/ notte e giorno/ sulla barca del tuo amore/ che riuscirò alla fine a amarti/ o morirò annegato”. E l’altra, scritta senza sapere che di lì a poco avrebbe avuto un “funerale della povertà” nel cimitero di Mestre: “Se un giorno la morte si porterà via il mio corpo, sia posto in un luogo elevato così che il vento restituisca alla mia patria il mio profumo”.

Dicono che a Venezia il silenzio di Assim sia rotto solo da due frasi che si alternano: “Voglio papà” e “Germania”. Che poi è il duplice marchio dello sradicamento di tutti gli immigrati che si tramanda nelle prime generazioni dopo l’espatrio: l’identità originaria, quella del sangue, della terra madre (o padre), e l’identità futura, quella della terra eletta, della destinazione finale.

Buona fortuna, Assim. Che Dio sia con te.

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