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Bersani? Chi l'ha visto?

La campagna elettorale è dominata da Berlusconi e Monti. Dietro la rimonta del Pdl i limiti del leader del Pd

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani (Credits: Ansa)

Chi lo ha visto? E soprattutto: anche vedendolo, chi se lo ricorda? Di più: sentendolo parlare, qualcuno ricorda qualcosa che abbia detto? Pier Luigi Bersani somiglia a quei personaggi-meteora che sembrano essere destinati a radiosi avvenire ma rischiano alla fine di ritrovarsi con quello stesso radioso avvenire inesorabilmente alle spalle.

Due cose mi hanno colpito in questi giorni. La prima è la strana assenza televisiva del leader (leader, parola grossa) del Partito democratico. Una doppia assenza, in realtà. Da una parte, considerandosi Bersani il sicuro prossimo presidente del Consiglio e comunque il leader (qui la parola leader ci sta, perché è Bersani a pensarlo di se stesso) del presunto maggior partito del momento, si ostina a rifiutare il confronto con Berlusconi e centellina anche le sue apparizioni televisive. Come fanno i veri potenti: i capi di governo conclamati, i dittatori, i divi e le dive, i grandi assassini. Dall’altra, quando gli italiani inciampano facendo zapping nella figura salottiera e bonaria del futuro premier, è come se la sua immagine non riuscisse a fissarsi nella mente. Tanto meno le sue parole. Così, almeno, succede a me, sarà una malattia. E se poi decide di cimentarsi, Bersani è talmente vanesio o ardito da farlo a “Porta a Porta”, in concorrenza con Berlusconi da Santoro che sfiora i dieci milioni di spettatori. Un suicidio in diretta.

Avete visto i poster di propaganda intitolati all’“Italia giusta” col faccione un po’ flaccido di Bersani che di tre quarti lancia uno sguardo compiaciuto e si carezza una mano sull’altra come fossero una appoggiata al bastone dell’altra, in una posa che più innaturale non si può immaginare, e l’uomo intanto non ride ma fa un sorrisino stento e spento, i colori improntati a un grigio d’epoca?

Ecco, forse quei poster aiutano a spiegare perché il sicuro vincitore delle elezioni risulti provvisoriamente schiacciato nel dibattito politico e nei media dai suoi contendenti Berlusconi e Monti. I quali, al contrario, impazzano sulle tv, sui giornali e in rete.

Impazzano per merito loro, perché “bucano” e se ne dicono di tutti i colori mentre solo dai retroscena dei quotidiani apprendiamo che Bersani, a un mese dal voto, sta ancora brigando per apparecchiarsi il dopo-voto e il governo. Adesso dice che è pronto a fare un patto per le riforme con Monti (ma lo sa che ormai gli italiani se sentono parlare di riforme, soprattutto elettorali, mettono mano alla pistola?). Qua e là si legge che potrebbe accettare un patto di desistenza con il movimento di Ingroia (cioè un patto di non belligeranza strategicamente alternato sulla carta dell’Italia per non rischiare di farsi drenare voti a sinistra). Quando dice qualcosa, Bersani inizia una frase e la conclude sempre con tre puntini di sospensione, come se tutti avessimo già capito che cosa voglia dire e forse non lo sa neanche lui. E non brilla una sola sua proposta (anche assurda, anche tonta) che faccia litigare quattro amici al bar. Tipo aboliamo l’Imu, le partite di calcio e il redditometro.

Esistono solo Monti e Berlusconi. E Tremonti. Addirittura Casini.

Bersani, questo sconosciuto, forse ha già vinto e non ha bisogno di correre. Ma in questo modo a partire dal 26 febbraio, il giorno dopo il voto, rischia di troneggiare come premier dell’Italia “giusta” solo nei grigi poster che il vento e la pioggia macereranno fino a rendere i tratti del volto ancora più irriconoscibili di quanto non siano già ora. Forse ha ragione Fiorello che twitta: “Bersani non sa più cosa inventarsi per perdere”. Cinguettio felice, perché dice due cose in una. Bersani non sa cosa inventarsi. Bersani vuol  perdere. E se anche vincerà, non se ne accorgerà nessuno.

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