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Basta provincialismi, le Province vanno abolite tutte

Mantenerne 43 è stato un errore. E così riemergono campanilismi e "poltronifici"

La mappa dell'Italia con le Province destinate alla scomparsa

Abolirle tutte. Non c’è altra soluzione, tecnicamente ed eticamente. Le Province sono diventate uffici di collocamento clientelari, centri di potere dei partiti per guadagnare consenso attraverso la distribuzione lottizzata non solo delle poltrone (che sarebbe già un’impresa “nobile”), ma anche delle poltroncine, dei sedili, degli sgabelli, degli strapuntini. Dall’assessore all’autista, dal dirigente all’usciere. E per gratificare i portatori di voti con consulenze d’oro, d’argento e di bronzo. O insieme d’oro e di bronzo.

Adesso vogliono farci credere, i lobbisti delle province in Parlamento e nelle istituzioni, che si tratta di enti fondamentali, senza i quali nessuno di noi potrebbe vivere: le scuole non riaprono, bisogna ristampare le targhe delle automobili, perdiamo i punti di riferimento, i sensi d’appartenenza, la storia e la dignità. E invece no.

L’errore è stato quello di tagliare "solo" 64 Province, di mantenerne 43 e di trasformarne alcune in città metropolitane. Inevitabile l’esplosione dei campanilismi in un paese come il nostro che non è stato mai uno Stivale ben cucito. Un “tutti contro tutti”, cementato dal comune interesse a tenere gli artigli ben stretti su un tesoretto che non c’è più. Adesso sembra che senza le Province non si possa campare, anche se in un’area popolosa come Napoli il Consiglio provinciale, tanto per fare un esempio, in 3 anni si è riunito solo 57 volte, poco più di una seduta al mese, e in media un consigliere su tre era assente. Tanto per dire.

Ora c’è “la rivolta”. Non c’è bandiera di partito che tenga, tutti quelli che hanno piazzato consiglieri e impiegati in una Provincia, dal nord al sud e alle isole, sentono franare il terreno sotto i piedi. Metti Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia di Treviso. È “furente” perché sì, certo, “sono anch’io – dice - assolutamente favorevole all’accorpamento delle Province, alla riduzione drastica delle spese inutili e all’abbattimento degli sprechi”, quel che non va è solo “il metodo” per cui anche Treviso sarà accorpata, “per appena 23 chilometri quadrati, nonostante abbia il triplo della popolazione minima prevista per mantenere una Provincia”. E sarà accorpata, Treviso, a Belluno. Scandalo, scandalo, scandalo! Meglio creare una nuova “Provincia del Piave”.

Scendi giù per lo Stivale e un ordinario di Diritto amministrativo a Bari, Agostino Meale, leggendo il decreto che abolisce tot Province scopre che in realtà i Comuni potranno proporne l’istituzione di nuove. Bari diventa città metropolitana, al suo interno singoli Comuni potranno chiedere l’istituzione di Province autonome, purché rispettino il doppio requisito della popolazione (350mila abitanti) e del territorio (2.500 chilometri quadrati). Evviva la Provincia di Altamura, Gravina, Corato, Ruvo…

Nel 1970, quando furono sciaguratamente istituite le Regioni per venire incontro all’ansia clientelare del centrosinistra, era inteso che sparissero le Province. Invece sono rimaste, hanno vegetato, si sono arricchite e hanno fatto arricchire. Immiserendoci irrimediabilmente. E non parliamo d’altro, della proliferazione dei sindaci, di doppi Comuni fusi tra loro (Matino e Parabita, Rutigliano e Noicattaro…). Adesso che una parte delle Province sopravvivrà, ci sarà la guerra e guerriglia locale. Il taglio limitato scatena i contenziosi, aggrava il ricorso a cavilli, la strumentalizzazione, la mozione dei sentimenti... I contrasti contagiano il governo. Il ministro dei rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, “l’uomo dei conti” defraudato dall’arrivo del “tagliatore di teste” Enrico Bondi, fa le pulci ai colleghi e arriva a dire, dall’alto dei suoi 75 anni e di un’esperienza da puntiglioso grand commis, che il decreto sulla spendig review è sbagliato: “Speriamo che il Senato sia più saggio del governo”.

È l’Italia peggiore, che viene fuori. L’Italia delle lagne, degli interessi piccoli, dei campanilismi, dell’orticello di casa, dell’assistenzialismo, del clientelismo, del parassitismo. L’Italia del provincialismo. Via le Province, via questo insopportabile provincialismo che c’impedisce di capire che il paese precipita e bisogna arginare il crollo. A quel paese, le Province!

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