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Ma chi diavolo decide la politica estera italiana?

Dove guardiamo? Qual è la nostra idea di alleanze? Chi decide, Letta, Bonino o Mauro? La verità è che, sulla questione siriana, Roma è silente, quasi assente. Lo speciale sulla Siria

ESTERI emma bonino

Emma Bonino, 65 anni, è il nuovo Ministro degli Esteri – Credits: ANSA /Alessandro Di Meo

 

Dove va la politica estera italiana? Chi la rappresenta? Come si colloca l’Italia negli schieramenti attuali? Con gli Stati Uniti o con la Russia sulla Siria? Con la Francia o con la Germania sull’economia e l’Europa? Pro o contro le “primavere arabe” (anche a rischio di favorire le fazioni estreme dell’integralismo islamico se le primavere dovessero prendere una piega invernale)? Chi è Mister Italia nei consessi internazionali? Enrico Letta? Emma Bonino? Mario Mauro? Insomma: chi siamo? Come e con chi? E perché? Siamo Ovest o Est? Sud o Nord? Su quali coordinate è possibile individuare la Nave Italia nel mare magnum della geo-politica globale? In che cosa si distingue Roma rispetto a Londra o a Berlino, come capacità di iniziativa in politica estera?

Sulla Siria, per esempio, la linea è quella del digiuno di pace della Bonino e di Mauro (laica radicale Emma, ciellino il ministro della Difesa) in piena e amorevole sintonia con Papa Francesco? L’Italia è con Obama, con la Merkel o con Bergoglio?

Io ho un sospetto. Quando il governo era tecnico l’Italia faceva politica. Anche sbagliata, ma faceva politica. Monti aveva un ruolo in Europa, fosse pure subalterno e funzionale alla Germania. Prima del Prof, con Berlusconi a capo di un governo politico l’Italia aveva una politica estera molto chiara nella sua proiezione internazionale (anche per via del peso personale di Berlusconi come leader). Al di là dell’ultimo scorcio nel quale il Cavaliere aveva perso smalto sotto il peso sbiancante delle inchieste giudiziarie, del gossip mediatico e degli attacchi politici interni, comunque la sua politica ha avuto momenti di coraggio, originalità e visione delle alleanze e delle amicizie (le une, spesso, non escludevano le altre): pro-America, ma con un rapporto strettissimo con la Russia e Putin, pro-Israele ma con relazioni solide con tutti i paesi arabi e i loro leader, pro-Nord Africa perfino con la chiusura del contenzioso coloniale con la Libia di Gheddafi.

Adesso il governo Letta è tornato, dopo la parentesi tecnica di Monti, a parlare il linguaggio della politica, sembra però non avere una personalità netta sugli esteri. Eppure ci stiamo avvicinando (seconda metà del 2014) al semestre di presidenza italiano dell’Unione Europea. Abbiamo assunto posizioni giuste e coraggiose sulla Siria con Emma Bonino, ma la politica estera degli ultimi anni era stata piuttosto in capo a Palazzo Chigi. Con Berlusconi il ministro degli Esteri era Frattini. Con Monti, Terzi. Con Letta, invece, la Bonino è una big, una lady di ferro, che guida i giochi. A Letta sembra essere più riservato il quadrante europeo e quello dei vertici internazionali. Ma nessun osservatore saprebbe prevedere, nell’eventualità di crisi regionali o globali, la collocazione dell’Italia. Non siamo né carne né pesce. Né umanitari né ideologici. Né occidentali né mediterranei, né settentrionali né meridionali. Né israeliani né arabi. Siamo tecnici. Vince la linea del pragmatismo. Il paradosso è che siamo diventati pragmatici proprio nel momento in cui in teoria avremmo dovuto esser più ideologici. Umanitari, americani, israeliani. Siamo solo prudenti, pragmatici, notarili. Forse è così che va fatta la politica estera, ma forse un po’ di brillantezza e iniziativa in più, un po’ più di chiarezza e coraggio, non farebbero male. Significativamente, di politica estera neppure si dibatte più nell’agone parlamentare e politico (salvo rare eccezioni).

Certo, non sarà il digiuno a poter restituire carattere all’Italia nel mondo. Il digiuno della politica non aiuterà l’Italia a ritrovare un ruolo e un volto.

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