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Area C di Milano: una città (e un Paese) ostaggio degli interessi particolari e della magistratura

L'interminabile querelle tra un parcheggiatore e il Comune dimostra, complice la giustizia amministrativa, che per l'Italia non c'è speranza: governare è impossibile.

Area C a Milano

Sapete perché a volte penso che per l’Italia non ci sia nulla da fare? Perché mi capita di leggere notizie come quella delle telecamere spente nell’area C di Milano. Non m’interessa, qui, valutare se sia giusto o sbagliato far pagare un ticket fino a 5 euro agli automobilisti che entrano nella “zona rossa” (la misura è in vigore dal 16 gennaio). M’importa ancora di meno la contrapposizione tra gli ambientalisti e i parcheggiatori. Ma la decisione con la quale il Consiglio di Stato ha accolto la richiesta di sospensiva dell’autorimessa Mediolanum Parking Srl contro la politica del traffico e degli accessi voluta dal Sindaco Pisapia è la plastica dimostrazione che per Milano e per l’Italia non c’è speranza. Che siamo fregati, a volerla dire in inglese.

Il primo che alza un dito trova ascolto e il primo che gli dà ragione può sabotare piani del traffico o programmazioni economiche. L’ordinanza del Consiglio di Stato ribalta il parere del Tar lombardo che aveva rigettato in prima istanza il ricorso, il 6 giugno, dando ragione al Comune. Pare che la motivazione stavolta sia un vizio di forma. Un groviglio inestricabile, che minaccia di essere solo l’inizio di una querelle politico-giudiziaria.

Ora, il pasticcio che si viene a creare è il seguente. Chiunque abbia pagato il ticket potrebbe teoricamente fare ricorso e chiedere il risarcimento. Da oggi a quando si riunirà di nuovo il Tar, naturalmente dopo le vacanze, a settembre, per giudicare nel merito la questione, il Comune ha accecato le telecamere e sospeso il pagamento. Ma se il Tar dovesse confermare la sua prima valutazione, le telecamere si riaccenderebbero. E l’amministrazione avrebbe perso gli introiti fino a quel momento. Riprese video a singhiozzo. Incertezza per tutta la città che segue acrobazie, ripensamenti e lungaggini della magistratura amministrativa. Ma il punto non è ancora questo.

Che Paese è quello in cui un Sindaco, una Giunta costituiti sulla base di un voto popolare, investiti democraticamente del compito di mettere ordine nel traffico e gestire al meglio la cassa cittadina, devono sottostare al ricorso di un parcheggiatore che riesce a bloccare tutto? Che Paese è quello in cui strategie cruciali nell’amministrazione di un capoluogo importante come Milano sono appese a un cavillo, a un vizio di forma, all’andirivieni delle scartoffie negli uffici giudiziari con tanto di pausa estiva, al ghiribizzo di un singolo che accampa un interesse assolutamente particolare (per di più dopo avere incassato una misura di favore che garantisce lo sconto per gli automobilisti che entrando vanno a parcheggiare nelle autorimesse)? Che Paese è quello in cui la costruzione delle metropolitane si arresta davanti a un’anfora, il presidente del Consiglio non può dimissionare un ministro, la giustizia civile segue il ritmo delle ere geologiche e ovunque prevale il principio del Nimby, Not in my back yard (“Non nel cortile di casa mia”) per cui il “combinato disposto” di una rivendicazione privatissima e di una giustizia schizofrenica e lenta più delle lumache è in grado di tenere in ostaggio una città?

Quali certezze un Paese ingessato, litigioso, irretito nei cavilli, ingolfato nel funzionamento quotidiano può dare ai propri cittadini e agli investitori stranieri? Un Paese di area C. Che vantaggio avremo mai da questo sistema che costringe a parcheggiare (gratis) il cervello e il bene comune?    

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