Addio a Massimo Tosti

Con la sua morte, se ne va un pezzo importante di ciò che resta del giornalismo di tradizione liberale

Poche ore fa è morto in una clinica di Cassino un giornalista, Massimo Tosti. Non è uno di quelli che vedete o avete visto spesso in televisione. Qualcuno lo avrà letto in questi anni su uno dei tanti giornali sui quali ha scritto, e magari avrà letto uno dei suoi libri tra politica, intrigo e storia. Un anno fa, Massimo aveva festeggiato i settant’anni lanciandosi per la prima volta col paracadute. È stato il mio maestro, e il maestro di molti.

Lo ricordo qui perché se ne va con lui un pezzo importante di ciò che resta del giornalismo onesto di tradizione liberale in questo paese.

Massimo diceva sempre di avere un radioso avvenire alle spalle. E aveva ragione. A 35 anni aveva diretto un settimanale, “Il Settimanale”, che a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 era stato un esperimento unico di foglio non omologato al monopolio editoriale marxista. Nel ’73 aveva scritto a quattro mani con Gianfranco Finaldi per Sugarco “Guida ai misteri e ai piaceri della politica”, per 30 settimane ai vertici delle classifiche delle vendite in Italia, recensito pure da “Newsweek”.

Forse il primo reportage dalle segrete stanze dei Palazzi: serio e scanzonato, dissacrante, senza paraocchi. Ma pochi anni dopo, nell’88, quando si accinse a scrivere un romanzo politico che avrebbe anticipato tutti i temi e i personaggi di Tangentopoli, e che riuscì a pubblicare solo vent’anni dopo con un titolo che neanche gli piaceva, “Dentro la notizia”, era ormai un professionista emarginato che lottava per scrivere (e vivere). Era successo che il suo nome era comparso nelle liste della P2. Ed è stato uno dei pochi che non avendo santi in Paradiso e non avendo fatto nulla di male nella vita, né prima né mai, e avendo sempre vissuto solo del proprio talento, si ritrovò da un giorno all’altro senza testata, senza contratti, solo con quel radioso avvenire alle spalle.

Gli fu impedito di restare socio dell’l’Associazione della Stampa parlamentare, della quale poteva esser considerato un decano essendo stato giornalista parlamentare dal 1969 all’83. Semplicemente, non la pensavano come lui. O lui non la pensava come loro. Per intenderci, erano uno che ai politici dava del “lei”.

Ma Massimo Tosti era un fuoriclasse del giornalismo, e in vita sua non ha fatto altro che ciò che amava: scrivere e fare giornali, con una coerenza da libero pensatore e da pensatore liberale (mi sfotterebbe se lo definissi un intellettuale) e un’umiltà che ha conservato fino all’ultimo. E non si è mai arreso. Ha diretto per un po’ piccole riviste culturali cattoliche (lui ateo) e fogli patinati di sport. Si è prestato a scrivere adattamenti dialoghi per il cinema e la tv, biografie storiche, testi per fascicoli a dispense di supercar. Ha collaborato per anni con “Il Carabiniere”.

Ha dato sfogo alla passione per la storia (da bravo giornalista divulgativo in un paese in cui la gran parte degli storici non sa raccontare perché non sa scrivere), tenendo una rubrica quotidiana di storia, “Il calendario degli italiani”, su Radio1 Rai, spostata in ore sempre più piccole. Le altre grandi passioni erano il bridge e le sigarette. Fumava come un turco, circondato di libri che aveva letto. Era un mite ribelle, lo è sempre stato.

Pierluigi Magnaschi ha avuto il grande merito di riscoprire Massimo Tosti come firma di punta di “Italia Oggi”. Per lui è stato come rivivere. Per anni ha avuto la possibilità di dire la sua da perfetto liberale - tagliente, educato, mai scontato - su politica, costume, televisione. Una piccola luce, soffocata da un giornalismo pressappochista e rumoroso, fatto di fuochi d’artificio, arroganza e militanze ideologiche.
 

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