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Abu Omar e il rischio di crisi diplomatica Usa-Italia

Con la sentenza che dopo 9 anni riapre il processo tornano roventi i rapporti tra Washington e Roma

Abu Omar

Abu Omar, in uno scatto del 2007 – Credits: Ansa

Proviamo a guardarla dal lato degli americani. Il segreto di Stato visto da Washington dev’essere qualcosa di molto serio, anche se banalizzato in tanti film su CIA, prigioni speciali e operazioni coperte in tutto il mondo. E dev’essere un punto cruciale, una linea rossa, anche per i britannici, i francesi, i tedeschi. Per l’Italia no.

Quel che è successo da noi, la pubblica gogna dei vertici dei nostri servizi segreti per l’estero e il coinvolgimento nell’affaire Abu Omar di 23 agenti CIA (in pratica la rete d’intelligence americana nel Belpaese), non sarebbe mai potuto succedere in un grande paese, consapevole del proprio ruolo internazionale e dell’intangibilità dei propri interessi nazionali.

I fatti sono noti: il 17 febbraio 2003 fu messa in atto a Milano, con efficacia e perfetta sincronia, un’azione congiunta italo-americana, la “rendition straordinaria” dell’ex Imam Abu Omar, in odore di affiliazione e militanza qaediste. Nelle parole di uno dei 23 americani intervistato (anzi, intervistata) da Maurizio Molinari per La Stampa, tecnicamente questo genere di “rendition” consiste nella “cattura e nel trasferimento extragiudiziale di una persona da una nazione all’altra e, per renderlo legale, dev’essere il presidente USA ad approvarlo”.

In pratica, si tratta di un sequestro, ma approvato ai più alti livelli e con finalità che mettono in campo gli interessi strategici di due nazioni alleate (sia tra di loro, sia in ambito Nato). Peraltro, eravamo in pieno clima post-11 Settembre. In emergenza internazionale. E non è che il clima oggi sia migliorato di molto.

La telenovela giudiziaria ha avuto, come accade quasi sempre in Italia, fasi alterne, accompagnate da contatti diplomatici intensi nel senso della reciproca rassicurazione tra i governi italiano e statunitense, e per essere ancora più precisi, dalle cancellerie di capi di governo politicamente di segno diverso: Berlusconi e Prodi da un lato, Bush e Obama dall’altro.

Nel 2009 una sentenza di non luogo a procedere sembrava aver messo fine all’insidiosa telenovela politico-giudiziaria-diplomatica-militare che aveva “sputtanato” universalmente i vertici del Sismi. Motivo: inutilizzabili le prove che per segreto di Stato devono rimanere coperte. Il principio della immunità diplomatica sembrava esser sufficiente, d’altro canto, a fare da scudo legale ai 23 americani della Cia.

Adesso, invece, una sentenza della Cassazione, a distanza di 9 anni dai fatti, ordina un nuovo processo per Pollari e Mancini (Sismi) e per colmo di sventura (diplomatica) conferma in via definitiva le condanne da 7 a 9 anni per i funzionari USA. Il segreto di Stato diventa Segreto di Pulcinella.

E tornano roventi i rapporti tra Roma e Washington, proprio nel momento in cui sembravano vivere un rinnovato idillio per la coincidenza d’interessi economici e geo-politici tra l’amministrazione Obama e l’Italia di Monti. Certo, alla fine si troverà la quadra. Il ministro della Giustizia, Paola Severino, potrà in forza di una “clausola politica” (interesse nazionale) ritardare al massimo, e forse di fatto bloccare, la richiesta italiana di estradizione degli agenti della CIA. Ma Obama non potrà chiudere troppo un occhio, far finta di nulla, a un mese e mezzo dal voto per la Casa Bianca: è prevedibile che a margine dell’imminente Assemblea generale dell’ONU, lui e il professor Monti avranno di che parlare su una vicenda che, diciamolo, ci copre di ridicolo nel mondo. I soliti italiani.

E tutto perché ancora una volta i meccanismi della giustizia risultano scollegati non solo dalla realtà dei rapporti politici, ma soprattutto dall’interesse nazionale. E pure in presenza del segreto di Stato rivendicano un “potere” d’indagine illimitato. Al Qaeda ringrazia.

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