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A picco i consensi per Hollande. La Gauche alla prova della verità

Il presidente delude le speranze dei francesi, tra promesse mancate, tasse per 20 miliardi e valanga di licenziamenti

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Disastro Hollande. Caduta a picco dei consensi per il presidente francese. Undici punti percentuali in un mese: 43 per cento di “soddisfatti” e 56 di “delusi” della sua guida all’Eliseo, quattro mesi dopo l’insediamento e la cacciata di Nicolas Sarkozy (e Carla Bruni).

Peggio: il 46 per cento dei francesi ritiene che il tanto odiato e svillaneggiato Sarkò sarebbe stato un presidente migliore, mentre solo il 26 per cento pensa che nel confronto prevalga Hollande. Da tempo, ormai, si è rotto l’idillio tra la Francia e il neo-presidente. Ma il trend di caduta libera nei sondaggi non accenna a rallentare. E nelle migliori tradizioni della Repubblica Francese, adesso a rischiare non è tanto l’inquilino dell’Eliseo, quanto il suo primo ministro Jean-Marc Ayrault, che sarà costretto venerdì ad annunciare una manovra da 30 miliardi di austerità per il 2013 se la Francia vuole (in realtà deve) onorare gli impegni presi a Bruxelles.

Parliamo di 20 miliardi di nuove tasse per famiglie e imprese, con aliquote del 75 per cento sui super-ricchi (oltre un milione di euro l’anno) ma anche del 45 per cento (rispetto al 41 di adesso) sui “borghesi” da 150mila euro l’anno. Una botta terribile, che si accompagna all’annuncio, in questi giorni, del superamento della quota simbolica di 3 milioni di disoccupati, e poi la revisione al ribasso delle previsioni di crescita dallo 0,8 allo 0,2-0,4 per cento, il crollo della fiducia delle imprese da 100 a 86, e l’amara ciliegina di una “settimana nera” sul fronte licenziamenti, come la definita persino Le Monde.

Oltre alla Psa Peugeut-Citroën che ha dovuto dire addio a 8 mila dipendenti e chiudere un impianto, oltre al migliaio di posti di lavoro a rischio nella raffineria Petroplus di Rouen, alle previsioni di taglio di Air France di oltre 5 mila lavoratori, c’è l’emergenza licenziamenti alla Sanofi. Come dire che anche la Francia ha le sue Ilva e Alcoa. E persino un neo-keynesiano che ha avuto il coraggio (a parole) di opporsi alla politica di rigore teutonica, Hollande, non riesce a far altro che prendere atto. Il guaio, per lui, è che i francesi fanno presto a mettere a confronto le promesse altisonanti della campagna elettorale, quando l’alfiere della nuova sinistra, il vendicatore della gauche, François Hollande, ha parlato di 70 mila nuove assunzioni nella pubblica amministrazione (40 mila insegnanti), mega-investimenti dello Stato per le case, conferma delle 35 ore settimanali e altre misure tutte in sintonia con la visione (visionaria?) di un’economia fortemente espansionista e un peso sempre più crescente del pubblico sul privato.

Non giova, a Hollande, neppure la fuga dei super-ricchi. La sensazione che sulle gambe dei Paperon de’ Paperoni prendano il volo imprese e capitali. Insomma, per i francesi il sogno della Gauche alla Mitterrand rischia già di frantumarsi nel duro risveglio della Grandeur nel girone dei dannati: prima erano Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna. Poi si è aggiunta l’Italia. Adesso la Francia? E l’acronimo diventerebbe non solo impronunciabile (Piigsf), ma indecifrabile quanto a prospettive e a soluzioni. Destra o sinistra, il dilemma dell’Europa resta sempre quello: come tornare a crescere al di là delle promesse che neppure Hollande, forte di un’elezione trionfale e della maggioranza nell’Assemblea parlamentare, è riuscito a mantenere. Non gli resta che girare il mondo (adesso si trova all’Assemblea dell’Onu, a far finta che la Francia sia ancora una potenza mondiale, e anche per questo i giornali francesi, compreso il “sinistro” Le Monde, lo criticano un giorno sì e l’altro anche).

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