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A Bengasi e al Cairo può cambiare la storia della "primavera araba"

I governi islamici moderati adesso devono scegliere tra l'evoluzione "liberale" e la deriva estremista e anti-occidentale

Rivoltosi a Bengasi

Sono gli episodi apparentemente marginali e periferici, spesso, a fare la storia. Un film anti-islamico di grossolana fattura e scarsa circolazione prima della pubblicazione del trailer (inopportunamente tradotto in arabo) su YouTube, ha innescato la rivolta delle piazze arabe nell’undicesimo anniversario dell’11 settembre, il sanguinoso assalto in Libia al consolato statunitense a Bengasi (uccisi l’ambasciatore Chris Stevens e 3 diplomatici che erano con lui nel Suv corazzato centrato dai razzi) e gli scontri che anche oggi continuano davanti all’ambasciata USA al Cairo, con feriti tra le forze di sicurezza e gli assalitori per lo più salafiti.

Intanto, il presidente Barack Obama invia in Libia 200 marines, 50 dei quali a difesa dell’Ambasciata a Tripoli, e due cacciatorpedinieri davanti alle coste. Uno scenario esplosivo, che segnala la fragilità del rapporto tra Stati Uniti (e Occidente) e mondo arabo e islamico, l’instabilità della vittoria degli islamici “moderati” come primo risultato della primavera araba, e la reviviscenza dello “scontro di civiltà” e del conflitto inter-religioso, in primis tra musulmani e cristiani copti in Egitto.

Sullo sfondo, la guerra civile in Siria col coinvolgimento di bande islamiche e il braccio di ferro tra il premier israeliano Netanyahu e Obama sui tempi dell’attacco preventivo all’Iran (che non ha rinunciato a dotarsi dell’arma nucleare).

Infine, a meno di due mesi dal voto per il prossimo inquilino della Casa Bianca, l’emergenza internazionale mette alla prova, di fronte all’opinione pubblica americana, la capacità di reazione del presidente Obama e dello sfidante repubblicano Mitt Romney.

È per tutto questo che l’attacco agli Stati Uniti a Bengasi e al Cairo (e in modo meno eclatante ma non meno inquietante in Tunisia, Marocco e in altri Paesi islamici) potrebbe portare a una svolta, in positivo o in negativo, per i futuri assetti mediorientali e globali. Potrebbe essere l’inizio di una nuova ondata di integralismo anti-occidentale e di violenza che contagerà e farà deragliare le “primavere arabe” e i governi islamici moderati appena insediati in Egitto e Nord Africa con l’avallo e l’appoggio più o meno esplicito degli Stati Uniti. La politica del dialogo inaugurata da Obama all’inizio del mandato con il memorabile discorso del Cairo, già resa fragile dal caos che regna in Medio Oriente e dalla minaccia iraniana, rischia di naufragare definitivamente.

C’è poco da essere ottimisti. Le strategie diplomatiche dell’Occidente, passato dalla stagione delle guerre di Bush-Blair in Iraq e Afghanistan alla politica soft di riconciliazione culturale di Obama, si sono dimostrate entrambe incapaci di arginare la forza di penetrazione e mobilitazione dell’estremismo islamico.

Prima con Al Qaeda, adesso con il tentativo sempre più evidente di un rinnovamento delle istanze qaediste da parte di formazioni in ascesa come i salafiti, che rappresentano nelle urne un quarto della popolazione egiziana e si stanno espandendo in tutta l’area.

La realtà è che nelle capitali europee e americane c’è una scarsa conoscenza delle dinamiche del mondo arabo e islamico: è compenetrata nella società occidentale un’idea di democrazia e di separazione tra potere temporale e potere religioso che c’impedisce di riconoscere il pericolo e la l’energia trascinante di movimenti politico-religiosi con larga base di consenso, che cavalcano la crisi economica e i sentimenti d’appartenenza religiosa, e che una volta al governo sono soggetti “strutturalmente” alla deriva populista anti-occidentale.

La grande sfida innescata dalla “piccola” ma gravissima strage di Bengasi e dagli scontri al Cairo saggerà le reali intenzioni e la forza dei governi libico ed egiziano. A Tripoli, è da ieri neo-premier un islamista, Abu Shagur, che anche col sostegno dei Fratelli Musulmani ha vinto per due voti nell’Assemblea nazionale il ballottaggio con il leader dell’Alleanza dei liberali, Mahmud Jibril. E al Cairo, come sappiamo, il presidente è il leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi.

Sapranno (o vorranno) Morsi e Shagur resistere alla pressione degli estremisti, dei salafiti, dei neo-qaedisti e, soprattutto, di una piazza che nella stragrande maggioranza rispecchia la metamorfosi di Piazza Tahrir, al Cairo, da epicentro liberale della rivolta contro la dittatura in piazza islamista anti-occidentale e, soprattutto, anti-americana? E poi, dopo le prime critiche di Romney sulla debolezza e una certa condiscendenza dell’amministrazione Obama in risposta agli scontri del Cairo, il “ri-candidato” Obama riuscirà a dimostrare all’America di avere il polso che si richiede al President of the United States?      

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