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Alcune verità su Israele ed Hamas

Perché l'attendismo (non solo di Obama) non serve. perché Abu Mazen sbaglia. E perché siamo arrivati fino a qui - I video: 1  - 2  - 3 - Foto  - Il dubbi di Obama  - Verso l'escalation?  - Armi e tattiche - 

Le fiamme di un palazzo colpito dall'aviazione di Israele – Credits: MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images

Se si tiene alla pace, bisogna guardare al Medio Oriente con gli occhi del pragmatismo e non con quelli della vuota retorica buonista e isolazionista che prevale oggi negli Stati Uniti di Obama (e da sempre in alcune capitali europee). Insomma, se Israele deve fare la guerra (opzione che volentieri avrebbe evitato), è bene che la faccia con l’obiettivo di liquidare Hamas una volta per tutte. Le guerre si fanno per vincerle. Qui non parliamo di reazioni emotive a episodi terribili come l’assassinio di tre figli adolescenti di coloni (con la coda dell’atroce vendetta, da parte di estremisti israeliani poi arrestati dalla polizia di Israele, del rapimento e dell’uccisione di un sedicenne palestinese). Qui, in gioco, c’è il futuro di due popoli. Lo Stato ebraico di Israele (coi suoi arabi) e quello palestinese della Striscia di Gaza dove comanda il gruppo terrorista di Hamas che non riconosce neppure il diritto di Israele a esistere.  

Anzitutto alcuni fatti, che oggi si possono leggere sul Wall Street Journal in un commento di singolare chiarezza. Israele si è ritirato dalla Striscia di Gaza nel 2005, dopo avere smantellato 21 insediamenti ebraici (e altri 4 nei Territori governati da Fatah di Abu Mazen), sfrattando 9mila coloni. Da allora, è dovuto entrare in guerra altre due volte contro la pioggia di razzi che i terroristi di Hamas hanno continuato a lanciare sulle cittadine israeliane, con un’efficacia crescente grazie al traffico di armi sofisticate di contrabbando attraverso il confine con l’Egitto (che guaio aver sostenuto le primavere arabe e l’anarchia al Cairo con la caduta di Mubarak!). Dopo il ritiro di Israele, i palestinesi hanno intrapreso una guerra fratricida che a Gaza si è conclusa nel 2007 con la conquista del potere da parte di Hamas, e la ripresa immediata dei lanci di razzi su Israele. Una escalation che ha costretto gli israeliani a intervenire nuovamente nel 2009 con un’invasione “temporanea”. Ne è seguita una diminuzione degli attacchi da Gaza, e poi una ripresa. Nel novembre 2012 si è reso necessario un nuovo intervento. Ogni volta, Hamas ha dimostrato di possedere armi sempre più raffinate e efficaci. Neanche Tel Aviv è fuori mira. Va detto che in Israele non ci sono le vittime che si contano a Gaza soltanto grazie alla sofisticazione della “cupola di ferro” allestita negli anni per proteggere i civili israeliani, a dispetto dello scetticismo del Pentagono. Israele si prende cura dei propri cittadini, mentre Hamas sfida Tel Aviv sulla pelle dei palestinesi, anzi è lestissima a strumentalizzare i morti (specialmente bambini). I razzi di Hamas partono da zone abitate, vicino alle scuole, in quartieri popolosi. 

Il paradosso è che mai come oggi Hamas è politicamente debole: ha perso infatti la simpatia dell’Egitto dove il nuovo “uomo forte”, il generale Al-Sisi, è il più fiero avversario della fratellanza musulmana e dell’instabilità guerrafondaia e estremista che sconquassa il Medio Oriente (e è quindi ostile a Hamas). Per Israele, le controindicazioni di un attacco di terra su larga scala sono le solite: l’inevitabile “scandalo” internazionale e il vuoto di potere che un’eventuale, definitiva sconfitta militare di Hamas aprirebbe a Gaza, con possibilità di una successione sciagurata di gruppi ancora più estremisti. Da parte degli alleati di Israele, del resto, non potrebbe esserci reazione meno felice e più sbagliata di quella che in questi giorni è arrivata dal Dipartimento di Stato USA per bocca del portavoce, Jen Psaki, col suo richiamo “a entrambe le parti” a astenersi dalla violenza. 

Imbarazzante anche la posizione assunta da Abu Mazen, che ha commesso l’errore di riallearsi con Hamas nel momento in cui Hamas perdeva terreno a livello internazionale. Per la gioia degli estremisti guerrafondai. 

A differenza di quanto generalmente si pensa, Benjamin Netanyahu ha un atteggiamento di grande prudenza e quasi timidezza rispetto alla situazione che si è venuta a creare. Non essendo militare, a differenza della gran parte dei suoi predecessori, gli strumenti che usa sono essenzialmente “politici”. Ma la prospettiva è quella della resa dei conti finale con Hamas. Se ci sarà invasione di terra, bisognerà che sia mirata a stroncare una volte per tutte la potenzialità offensiva dei lanciatori di razzi e missili dalla Striscia. 

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