Responsabilità genitoriale e diritto islamico

Il Sentao Italiano ha ratificato la convenzione internazionale sulla protezione dei minori, con una sola riserva: quella sulla "Kafala"

Bambino

– Credits: Getty Image

I lavori parlamentari di questi giorni non si sono occupati solo di riforme, con ciò catalizzando l’interesse e l’attenzione mediatica generale di stampa e giornali sulle fisiologiche divisioni dei partiti e gli epici scontri fra esponenti dell’emiciclo.
Si è discusso anche d’altro, per esempio di un tema che, in sé, dice poco o nulla - la ratifica di una convenzione internazionale del 1996 sottoscritta dall’Italia ben undici anna fa, nel 2003 - un tema che però al suo interno cela un risvolto dotato di portata deflagrante.
Trattasi della Convenzione dell’Aja sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori.
Nell’ottica del best interest del minore, la Convenzione dell’Aja prevede, fra l’altro, il riconoscimento non solo di quelle forme di responsabilità genitoriale codificate negli istituti dell’adozione o dell’affido tipici dei nostri ordinamenti, ma anche di quelle forme di tutela dei minori in stato di difficoltà o di abbandono previsti da altre tradizioni come, nel caso dei Paesi islamici, la “Kafala”.
Posto che nei paesi islamici, di ispirazione coranica, non esiste un rapporto di filiazione che non sia biologico, per i minori che – per un motivo o per l’altro – rimangano privi di genitori, interviene questo istituto della Kafala, una sorta di affido ma con vincoli precisi: l’uomo o la coppia di coniugi affidatari dovranno essere necessariamente islamici per nascita o per successiva conversione.
Senza eccezioni. Mai verrà consentito a questi bambini di finire in una famiglia cristiana o ebrea.
Nel diritto islamico non è importante la nazionalità del soggetto affidatario ma solo la fede musulmana con la conseguenza che un bambino orfano proveniente da uno di quei paesi potrebbe certamente trovare una famiglia in Europa, USA o altrove, ma solo alle condizioni suddette.
Ora è chiaro che se si avalla senza correzioni, nel diritto interno, una figura siffatta, si introduce una limitazione inaccettabile dei diritti di libertà che la nostra Costituzione sancisce.
Pochi hanno denunciato apertamente questo incaglio: il Senatore Carlo Giovanardi, il giornalista cattolico Antonio Socci, i quotidiani di ispirazione cristiana e pochi altri.
I profili di contrasto attengono l’art. 3 della Costituzione, ovvero il divieto di discriminazioni basate su motivi religiosi, nonché l’art. 19 sul diritto a professare liberamente la propria fede.
Con la Kafala si ammetterebbe nell’ordinamento giuridico occidentale il ‘dogma’ coranico per cui tutti gli uomini nascono musulmani e debbono crescere musulmani, ovunque essi siano nel mondo.
Si limiterebbero diritti, interessi e libertà sia bambino sia dei potenziali affidatari: sarebbe come riservare l’affido di bambini russi solo a genitori dai tratti caucasici, o quello dei bimbi africani a coppie di colore.
Ebbene, per fortuna il 10 marzo 2015 il Senato ha ratificato la Convenzione ma con riserva, proprio sulla Kafala, il cui accoglimento sarà esaminato in un secondo passaggio parlamentare per verificarne la possibilità di adeguamento all’ordinamento.
Auspico che l’opinione pubblica prenda – nel frattempo - davvero coscienza del fatto che la subalternità culturale a queste forme di diritto estraneo ai nostri valori comporterà la svendita non tanto delle radici cristiane del nostro Paese, cosa che ai laici (o laicisti) può non interessare, ma degli stessi principi ‘laici’ di libertà e uguaglianza che sono una conquista di civiltà e senza i quali non avrebbe senso alcuna delle leggi vigenti.
Peccato che in tutti gli altri Stati, invece, la Convenzione sia stata recepita nella sua globalità, Kafala inclusa, e questo mi inorgoglisce, una volta tanto, di essere italiana.

© Riproduzione Riservata

Commenti