Cittadinanza, qualche perplessità sulla nuova legge

L'Italia si avvia ad applicare lo "jus soli" e i figli dei migranti diventerano italiani. Provvedimento efficace?

Austria-rifugiati

Bambini migranti riposano alla stazione dei camion vicino Nickelsdorf al confine tra Ungheria e Austria – Credits: JOE KLAMAR/AFP/Getty Images

Mi ero già espressa, con un articolo pubblicato questo agosto, sul tema della cittadinanza che questo Governo aveva intenzione di stravolgere aprendo le porte allo ‘jus soli’ ossia ad una nuova metodologia, a noi sconosciuta, di acquisizione del titolo di cittadino italiano non già per discendenza di sangue ma per nascita sul suolo italico.
Avevo già esposto molte perplessità su questa innovazione epocale – e qui la parola assume una valenza davvero storica – in chiava giuridica, politica, culturale.
Il dibattito è rimasto tuttavia sottotraccia e così la Camera dei Deputati, con 310 sì, 66 no e 83 astenuti, ha approvato il testo di una nuova legge sulla cittadinanza, ora inviata al Senato, tracciando la strada allo ius soli temperato ed allo ius culturae, ed avvicinato alla pensione lo ius sanguinis.

La cittadinanza non sarà più ereditata dai genitori, non sarà più prerogativa di chi abbia padre e madre italiani, ma verrà elargita a tutti coloro che soddisferanno caratteristiche e requisiti che prescindono dalla genìa.
L’Italia, come tutto il continente americano (che applica storicamente lo jus soli dall’Argentina al Canada), diventa una nuova frontiera dove sarà sufficiente procreare una vita per renderla italiana per nascita, un vantaggio anche per i genitori stessi, al riparo da rischi di rientro forzoso in patria.
Ma se l’America tutta aveva un interesse vivo al popolamento, accordando la cittadinanza a chi vi nascesse anche come stimolo a trasferirvisi, l’Italia, l’Europa, nell’Anno Domini 2015, hanno gli stessi obiettivi?
È legittimo domandarselo.

I demografi diranno sicuramente di sì, l’Italia è in recesso da anni in punto di natalità, il Sud Italia – tradizionale bacino di nuove vite – è inaridito e ora i morti superano i nati: i tassi attuali determineranno ineluttabilmente lo svuotamento demografico nel lungo periodo.
Ma perché oggi, mi chiedo, in un contesto geopolitico in cui masse enormi di persone muovono verso l’Europa e potrebbero scorgere nell’apertura italica allo jus soli l’escamotage per circolare liberamente in tutto il continente?
Mi pare addirittura strano che, con le ingerenze che gli altri Paesi fanno usualmente nelle nostre politiche, nessuno abbia battuto ciglio.
Non bisogna fare però allarmismo: esistono degli accorgimenti legislativi in questa riforma che introducono alcune barriere, non invalicabili per la verità, ma dovrebbero timidamente tutelarci dall’arrembaggio indiscriminato.  
Almeno uno dei genitori del nuovo nato deve essere in possesso di permesso di soggiorno di lungo periodo rilasciato dall’Unione Europea.
Servirà la dichiarazione di volontà di un genitore, o di chi ne esercita la responsabilità, all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, entro il 18esimo anno. In assenza di questa dichiarazione potrà essere il diretto interessato a richiederla, entro il 20esimo anno.

Attenzione però: questa norma è rivolta solo ai cittadini extracomunitari, per quelli dei paesi della UE varranno le vecchie regole: un bimbo francese nato in Italia resta francese.
Forse è paradossale ma è così.
L’altra alternativa facente oggi parte del testo di Legge approvato dalla Camera, è legata al percorso di studi affrontato da chi sia nato o si sia trasferito in Italia prima dei 12 anni: se il minore ha frequentato regolarmente, e con profitto (promozione), uno o più cicli scolastici per un totale di almeno cinque anni, su espressa richiesta dei genitori anch’egli potrà acquisire la cittadinanza.
Questa modalità può essere descritta come jus culturae.
Lo scenario politico innanzi ad una simile riforma risulta comprensibilmente diviso fra coloro che lo accolgono come “un grande ed importante passo avanti verso il futuro, […] un percorso di reale integrazione” come il Ministro Orlando, e coloro che la ritengono “l’ennesimo sfregio alla Costituzione, con il quale qualcuno vuole garantirsi una nuova base elettorale dopo aver ingannato con false promesse veri cittadini”, come affermato dal Senatore Roberto Calderoli.
La Legge detta il destino di un popolo.
Se l’Europa e l’Italia, di cui questo Governo appoggia gran parte delle politiche, intende procedere in una direzione volta all’assimilazione ed all’annacquamento delle culture tradizionali, quella cristiana in primis, questa riforma ne è un tassello fondamentale.
E tuttavia io stessa riconosco che esistono situazioni di incongruenze inaccettabili che la vecchia L. 91 del 1992 non riusciva a risolvere in un contesto storico di globalizzazione dei flussi.
Personalmente non avrei lavorato su un nuovo testo ma avrei adattato il solo jus culturae alla vecchia normativa, risolvendo le criticità che comportava, uniformandomi a ciò che opera in altri paesi europei.
Noi siamo andati oltre ma gli effetti li vedremo tutti fra un paio di generazioni.

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