Cronaca

La Cassazione e la privacy per tutti

Il sito della Suprema Corte pubblica le sentenze civili degli ultimi 5 anni. Per gli amanti del pettegolezzo

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Daniela Missaglia

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Pettegolezzo docet.

Che cosa è successo al nostro vicino di casa o al nostro nemico giurato oggi ce lo dice la Cassazione evitandoci investigazioni certosine: sul suo sito, in ossequio alla trasparenza, sono state pubblicate le sentenze civili degli ultimi 5 anni, e stiamo parlando di circa 159.554 documenti, disponibili a tutti, online, gratis, in comodo formato pdf.

Provare per credere.

In alcune pronunce i nomi sono stati oscurati, ma senza andare troppo per il sottile, visto che se nel motore di ricerca si inserisce anche solo un nome, esce la sentenza di riferimento con tanto di domicilio eletto e nome dei rispettivi avvocati.

Il presidente della Suprema Corte, Giorgio Santacroce, ha motivato tale iniziativa con un nobile intento: “rafforzare i valori della stabilità e della certezza del diritto non solo tra gli operatori del settore ma fra tutti i cittadini”. Trasparenza sopra ogni cosa dunque, in pieno danno della privacy di molte persone coinvolte nei procedimenti approdati al più alto grado del giudizio italiano.

Perché praticamente nulla è stato oscurato, talvolta nemmeno i nomi dei minori salvo chi, lungimirante, lo aveva espressamente richiesto.

Ed è subito caccia al conoscente, al collega di lavoro, al vecchio compagno di scuola che ha avuto qualche guaio con la famiglia o magari con il datore di lavoro, perché il portale informatico creato per il sito della Cassazione è di utilizzo davvero intuitivo.

Immediata la reazione del Garante per la Privacy, Antonello Soro, che ha inviato una lettera alla Cassazione in cui sostiene che l’iniziativa “pur apprezzata nelle finalità […], non può non suscitare più di una preoccupazione in ordine al diritto alla protezione dei dati personali (spesso anche sensibili e giudiziari) degli interessati”.

La comprensibile preoccupazione si fonda sui rischi di indicizzazione ma anche sulla possibilità che questi dati vengano alterati, perché una volta che qualcosa arriva sul web, non può più essere cancellato.

La gravità dell’iniziativa della Suprema Corte fa da contraltare a quanto discusso recentemente nelle aule di Montecitorio dove è stata presentata la prima bozza di Costituzione del web, elaborata da una commissione istituita ad hoc, fondata su quattordici punti che vanno dal diritto all’identità al rispetto della dignità, e libertà  alla necessaria tutela dei dati personali e all’autodeterminazione informativa.

Secondo la Carta del web i dati sensibili sono inviolabili e non intercettabili a meno di un’autorizzazione giudiziaria. In caso contrario l’interessato ha diritto all’oblio.

Tutti principi sistematicamente travolti da quanto “buttato in rete” da chi dovrebbe garantirci.

Ed è così che il tracciato della Carta del web ha più il sapore di un’elencazione di principi filosofici vaghi e senza un confine preciso che conducono nel solco di una profonda incertezza d regole e rimedi alle violazioni.

Comunque c’è già chi si sta attrezzando per essere risarcito dal danno subito della pubblicazione selvaggia della propria storia giudiziale nel girone dantesco della rete proprio da chi avrebbe dovuto garantirne la privacy

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