A proposito della prima adozione gay in Italia

Le polemiche, le sentenze, le prospettive dei diritti delle coppie omogenitoriali dopo la decisione del Tribunale di Roma di riconoscere il diritto di due donne ad allevare una bambina adottata cinque anni fa in Spagna

Una scena dal dolcumentario statunitense "Daddy and Papa" di Johnny Symons – Credits: ANSA

Daniela Missaglia

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Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha sancito la prima adozione in Italia che dà origine a una famiglia omogenitoriale.
Protagonista una bambina di cinque anni che dalla nascita vive con le sue due mamme: le donne, due professioniste romane, convivono da oltre dieci anni e si sono sposate in Spagna, dove, nel 2009, la più giovane delle due aveva concepito una figlia grazie alla fecondazione eterologa.

Tornate a vivere in Italia con la loro bambina, sono iscritte al registro delle Unioni Civili di Roma e si sono sempre sentite una famiglia, ma per l'ordinamento italiano non erano tale.
Decisa a dare pieno riconoscimento giuridico al legame affettivo di fatto (la bambina ha sempre chiamato 'mamma' entrambe le donne), la madre 'non biologica' aveva chiesto al Tribunale per i Minorenni di poter adottare la figlia della sua compagna e l'Autorità Minorile ha accolto la domanda, assegnando alla minore il doppio cognome.
Si tratta del primo caso in Italia di "stepchild adoption" termine usato nel mondo anglosassone per definire l'adozione del figlio del partner, spesso richiesta da uno dei componenti di una coppia same sex nei casi in cui la legge non tuteli le unioni tra persone dello stesso sesso.
Secondo il Tribunale di Roma "l'omogenitorialità è una forma diversa di genitorialità, ma non vuol dire che non sia sana" e, nel caso concreto, l'adozione corrisponde all'interesse della minore, già inserita in un contesto familiare sereno e consolidato.
Sia gli studi specialistici che le pronunce giurisprudenziali più recenti, infatti, hanno evidenziato che l'orientamento sessuale dei genitori non incide sullo sviluppo psicofisico dei figli: unanimi le pronunce della Corte di Strasburgo, della Corte Europea dei Diritti Umani e tra le nostrane, quelle dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale.
Già nel febbraio 2013 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo aveva accolto il ricorso di una donna omosessuale austriaca che nel suo Paese si era vista negare la possibilità di adottare il figlio della propria convivente, considerando tale negazione una discriminazione basata sull'orientamento sessuale, oltre ad una violazione del diritto al rispetto della vita familiare, in cui non ci possono essere ingerenze dello Stato.
In Italia, nella nota sentenza 138 del 2010 la Consulta ha sancito che la convivenza di una coppia omosessuale deve essere considerata tra le formazioni sociali meritevoli di tutela ed ha diritto di ottenere, nei tempi, modi e limiti stabiliti dalla legge, pieno riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri.
Eppure il nostro Legislatore continua a ignorare il fenomeno.
Così, mentre i progetti di legge sulla regolamentazione delle coppie di fatto giacciono ignorati alle Camere, l'adozione resta regolata dalla Legge 184 del 1983 (modificata nel 2001), secondo cui l'adozione di un minore in stato di abbandono è possibile solo per le coppie unite in matrimonio da almeno tre anni; poiché, dunque, in Italia non è formalmente riconosciuto il matrimonio gay, alle coppie omosessuali è stata finora preclusa la possibilità di adottare.
La pronuncia in esame, però, ha accolto il ricorso sulla base dell'art. 44 della L.184/1983, che prevede i c.d. casi particolari, quelli in cui l'adozione è possibile in assenza dei requisiti di legge, ovvero, per citare la sentenza in commento "nel superiore e preminente interesse del minore a mantenere anche formalmente con l'adulto, in questo caso genitore 'sociale', quel rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo", indipendentemente dall'orientamento sessuale dei genitori.
La sentenza è stata prontamente criticata da vari esponenti del mondo politico e religioso; definita "eversiva" (Giovanardi), "ideologica e drammatica" (Meloni), addirittura "un golpe" (Melan).
Non sono mancati, però, i commenti di segno opposto, come quello di Sergio Lo Giudice, componente della Commissione Giustizia: “Ancora una volta il Parlamento italiano si fa dettare l’agenda dei diritti civili da un tribunale. L’ennesima umiliazione per un Parlamento sordo e cieco di fronte ai diritti fondamentali delle persone, una splendida giornata di civiltà per il nostro paese”.
Intanto, le due donne considerano la loro personale conquista come una "vittoria per i bambini", si dicono molto felici e sperano che in futuro non sia necessario rivolgersi al tribunale ma che il diritto di adottare sia sancito dalla Legge.
Speranza che, però, non sembra destinata a concretizzarsi a breve.
Anche in questa materia, infatti, il nostro Paese si rivela in ritardo rispetto al resto d'Europa.
L'adozione da parte di coppie dello stesso sesso, infatti, è legale in Inghilterra, Spagna, Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Islanda, Francia e persino Israele.
Germania e Finlandia pur non consentendo l'adozione da parte di coppie dello stesso sesso riconoscono a chi è in convivenza registrata con una persona di sesso uguale l'adozione dei figli naturali e adottivi del partner.
In Italia, invece, l'attesa sembra destinata ad essere ancora lunga.

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