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Salvacondotto per la democrazia

Bisogna permettere a Silvio Berlusconi di continuare a fare politica, per il bene del paese

Silvio Berlusconi, esce dal Quirinale dopo aver incontrato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Passano i giorni e prosegue inesorabile il conto alla rovescia verso il 15 ottobre, quando Silvio Berlusconi deciderà come scontare l’anno di pena residua per il processo Mediaset. Nel frattempo, come al solito, la garrota editoriale della Repubblica e del Fatto quotidiano tenta in tutti i modi di dare la spallata finale al Cavaliere con ridicoli allarmi alla Nazione affinché si faccia presto sulla questione della incandidabilità.

Sul versante delle libertà personali le notizie sono sempre più sconfortanti: noi che documentiamo da anni l’innegabile persecuzione giudiziaria di Berlusconi potremmo presto pagare il nostro impegno e le nostre battaglie con il carcere dopo essere stati
sottoposti dai pm napoletani a un lungo spionaggio (magari ancora in corso) che abbiamo denunciato nel numero precedente (leggi qui l'articolo ) e di cui diamo conto con nuovi e scabrosi particolari da pag. 64. Sull’argomento devo ai lettori un aggiornamento: la presidenza della Repubblica non ha risposto all’appello lanciato una settimana fa da Panorama affiché pronunciasse «parole nette per ristabilire le garanzie elementari nei confronti dei cittadini scolpite nella Costituzione».

In questo quadro, assai desolante, una riflessione realista che bisogna avere il coraggio di fare è sulla fisionomia che finirebbe per assumere la democrazia italiana in assenza di Berlusconi. Al netto di innegabili errori e insufficienze, fatte salve difficoltà e occasioni mancate (e vorrei pure vedere quale politico non ne commette), l’ex premier ha traghettato l’Italia verso la modernità attraverso iniezioni di liberismo e un netto ridimensionamento di quella cappa di statalismo che al momento della sua discesa in campo pervadeva e opprimeva ogni settore, dall’economia alla pubblica amministrazione.

Per fermare questa rivoluzione, dopo aver ripetutamente perso sul terreno della politica, la sinistra italiana si è affidata alla deriva giustizialista.

L’ipotesi di un’uscita di scena del Cavaliere priverebbe quindi di visibilità e di rappresentanza quella spina dorsale del Paese che è in massima parte rappresentata da una borghesia moderna, dinamica, liberista e liberale. Sono i famosi moderati che, con quasi 10 milioni di voti, hanno ancora una volta premiato il Pdl alle ultime elezioni politiche. Sull’altro fronte, quello del Partito democratico, sono fin troppo chiari gli effetti che deriverebbero dalla cacciata del Cav. dalle aule parlamentari. Il Pd finirebbe con l’essere travolto dall’antipolitica, l’Italia sarebbe inghiottita e fagocitata dall’irresponsabilità.

È sufficiente guardare al recentissimo passato, con Pier Luigi Bersani prima genuflesso ai piedi dei grillini pur di tentare la formazione di un governo fondato sull’antiberlusconismo e poi umiliato dai suoi parlamentari in occasione dell’elezione del capo dello Stato. Ma può bastare rileggere certe dichiarazioni di questi giorni, regnante il traballante Guglielmo Epifani, per avere conferma dello scenario possibile in caso di uscita di scena dell’ex premier.

Per questo va trovata una soluzione che consenta a Berlusconi di mantenere la leadership: non si tratterebbe della concessione di un privilegio, ma di un atto dovuto per la salvaguardia della nostra fragile, fragilissima democrazia.

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