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Chi vuole mettere il cappello a Monti

Da Fini a Casini: quelli che tentano di attaccarsi alla criniera del presidente del consiglio

Monti

Il premier Mario Monti

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Il tema della politica è ormai monocorde. Si parla solo più di un solo problema, una sola persona di nome Monti, la cui accettazione di un secondo incarico pare sia l’unica preoccupazione degli italiani. Chiunque abbia un minimo di spirito critico ha l’obbligo morale di domandarsi se sia normale che l’unico personaggio in grado di occupare Palazzo Chigi sia lui. Non posso credere che su 60 milioni di persone non si riesca a trovare uno che sia alla sua altezza, o migliore. Escludendo ovviamente i leader dei vari partiti che si ritengono gli unici in grado di farlo.
Eros Marino

Una telefonata, sarebbe bastata una telefonata. E pure rapida. Sarebbe stata addirittura sufficiente una frase di questo tipo: «Salve professor Monti, scusi il disturbo: sono Gianfranco Fini, con il mio amico Pier Ferdinando Casini avremmo pensato di chiedere agli italiani di votare una lista civica nazionale con la promessa, in caso di vittoria, di farla tornare a Palazzo Chigi. Che ne pensa?». Io dico: che ci voleva? Monti – che a scanso di equivoci farebbe bene in questa fase preelettorale a rispolverare l’insegnamento del Vangelo di Matteo («Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno») – è stato invece preso in contropiede. Ma, da cavallo di razza qual è, per liberarsi delle mosche che avevano goffamente tentato di attaccarsi alla sua criniera gli è bastato dare una scrollatina e nulla più. Non è stato quindi necessario diffondere un comunicato ufficiale, qualsiasi parola o riferimento avrebbe infatti potuto innescare reazioni sul governo. Per mantenere il ruolo super partes e non perdere la sua credibilità non aveva altra scelta che quella di porsi, appunto, al di sopra di qualsiasi tentativo di inciucio.

Il suo è stato un rifiuto naturale: se avesse scelto la marchiatura di Fini, Casini e Luca Cordero di Montezemolo, avrebbe finito per diventare un giocatore esposto alle scorrettezze e alle scorribande della politica, con il rischio di inquinare qualsiasi provvedimento futuro perché esposto al sospetto di un interesse elettorale. In questo momento Monti rappresenta per la politica italiana la safety car che entra in pista durante i gran premi di Formula 1 a seguito di un incidente o quando le condizioni meteorologiche sono particolarmente critiche. Ed è quello che è accaduto in Italia dopo la caduta del governo Berlusconi. La safety car guidata da Monti sta lì davanti a tutte le macchine-partiti in questa fase di tempesta e tutti hanno l’obbligo di non superarla fin quando è in pista per governare: è la garanzia che nessuno tra i piloti si farà male. Uno come Montezemolo, che della Formula 1 è un veterano ed è pure presidente della Ferrari, conosce bene la regola. Eppure si è lasciato prendere la mano e ha proposto al pilota della safety car un’anomala alleanza per vincere il gran premio. Ha commesso un errore sciocchino, proprio dei dilettanti. Ed è rimasto spiazzato.

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