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Matteo, tira fuori la testa dalla sabbia

Le ricette dell'esecutivo sono inefficaci, velleitarie e improvvisate. Ma il premier non fa mai i conti con la realtà

Giriamo oramai da tre anni l'Italia con il tour di Panorama (ripartiamo mercoledì 7 settembre dalla Costiera Amalfitana) e nelle 25 città che abbiamo finora raccontato, da nord a sud, abbiamo sempre toccato con mano il genio e la capacità di imprenditori giovani o navigati di non arrendersi.

Tutti ci hanno sottolineato, come in una cantilena da Catania a Trento, la necessità di poter contare su alcune certezze per non finire risucchiati nel gorgo della crisi: certezze sul fisco, sulla burocrazia, sulla giustizia.

In questi anni di "sogno renziano" abbiamo dimostrato, sempre con il rigore dei numeri e mai con la propaganda, che le ricette di questo esecutivo erano improprie, arraffazzonate, velleitarie, improvvisate: dalla spending review agli investimenti, dai bonus a pioggia alle politiche fiscali.

Inutile che io stia a rivangare l'atteggiamento del premier davanti a ogni critica, sapete tutti di quale arroganza sono capaci a Palazzo Chigi. Poi, purtroppo, ci sono le irruzioni delle realtà.

Sul fronte economico a cominciare dalla crescita (che non c'è) del Prodotto interno lordo e a quella (ahimé reale) del debito pubblico che tocca il nuovo record storico di 2.248 miliardi di euro.

Sul fronte della politica con la gigantesca questione dell'immigrazione o con il confuso ruolo dell'Italia nell'offensiva per combattere l'Isis.

Sul Pil inutilmente avevamo messo in guardia fin dal 2015: crescevamo meno di tutti gli altri Paesi europei e quel poco accadeva unicamente grazie al traino del prezzo del petrolio in caduta libera, alla cura Draghi sull'euro e al valore in picchiata del dollaro. Ora che certifichiamo un dato agganciato allo zero con prospettive infauste, il governo non fa altro che balbettare un mucchio di fesserie.

A smontarle, una dopo l'altra, con un editoriale sul Messaggero non è stato un gufo qualsiasi, ma uno di quei politici che stanno da anni nel pantheon della sinistra e cioè Romano Prodi.

A cominciare dalla ridicolaggine secondo la quale non cresciamo noi ma neppure gli altri; e via con il resto: dalla Brexit presa a pretesto per il pessimo dato quando il risultato del referendum è arrivato una settimana prima della conclusione del trimestre (!) all'inutile richiesta di una ulteriore flessibilità; inutile perché non siamo credibili come dimostra il 70 per cento dei programmi per le infrastrutture legati ancora al palo e dunque bloccati.

Per poi proseguire con i "problemi strutturali" dell'Italia affrontati poco e male, come scuola e giustizia, fino ai mancati investimenti sul fronte del turismo, il cui piano di sviluppo riposa "da quattro anni nei cassetti del ministero". Per dirla con Prodi, al quale diamo il benvenuto nella brigata sempre più numerosa dei gufi, "non è più il tempo di rimedi parziali o di sussidi temporanei. È tempo di politiche di lungo periodo".

Per capire che quelle di Prodi saranno parole con scarse o nulle speranze di essere ascoltate basta dare un'occhiata al dibattito surreale degli ultimi giorni. La "classe dirigente" del Paese si è concentrata sulle cosce del ministro Maria Elena Boschi, il giornalismo si è perso nella retorica di una bandiera dell'Europa sventolata sul podio da un'atleta italiana. Alcuni ministri hanno lanciato nuovi "piani" su pensioni e occupazione senza alcuna copertura, tanto per proseguire con la politica degli annunci vacui e fasulli.

E Matteo Renzi? Muto, se ne è stato muto. Gli unici tweet che ha vergato sono stati quelli finalizzati a esaltare le imprese dei campioni di Rio con tanto di punti esclamativi e superlativi assoluti. Poi un altro messaggio alle 20,36 del 15 agosto: "Spero abbiate vissuto un buon Ferragosto". E poi via, di corsa ancora una volta con la testa sotto la sabbia.

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