L'internazionale degli intolleranti

Ma che scrivete a fare #siamotutticharlie nel nome della libertà, se non siete capaci di discutere? Vergogna. Sto con @dolcegabbana

Dolce & Gabbana

Gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana al termine della presentazione della collezione primavera - estate 2012 – Credits: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Veloce premessa: non voglio neppure entrare nel merito di quanto hanno dichiarato Domenico Dolce e Stefano Gabbana nella loro intervista a Panorama riassunta nel titolo: "Viva la famiglia (tradizionale)". Non dirò una parola sull’opinione personalissima di Dolce sui "figli della chimica" o sulla correttezza dell’espressione "bambini sintetici", né darò un giudizio sul diritto degli omosessuali ad adottare figli. Non lo faccio per viltà o per sottrarmi al dibattito (oltrettutto, per chi proprio fosse curioso di conoscere il mio pensiero, è sufficente recuperare la copertina di Panorama del giugno 2013 il cui titolo era "Nozze gay: questo matrimonio s’ha da fare").

Il punto oggi non è schierarsi con o contro Dolce e Gabbana, magari fosse questo. La grande, gigantesca questione che si pone dopo la canea scatenata da Elton John con il suo invito a boicottare gli stilisti è: esiste ancora il diritto di esprimere una propria, libera e divergente opinione all’interno di una comunità che non obbedisca alla cieca aderenza a presunti dogmi indicati da una parte importante e mediaticamente rilevantissima degli stessi gay? Sir Elton John, con tutto il seguito di vippume che gli si è accodato, ci dice che no, che questo diritto al confronto civile, declinato attraverso opinioni anche forti e certamente discutibili, non trova cittadinanza nel suo mondo. E che la risposta a una libera opinione è quella della messa all’indice e della rappresaglia. In Iraq, i barbari dell’esercito islamico ci mostrano quasi quotidianamente il loro modo di affrontare l’omosessualità: lanciano dai palazzi alti venti metri i gay con gli occhi bendati e le mani legate.

Elton John, il baronetto che non ha mai trovato tempo per un tweet su questo argomento, ha fatto la stessa identica cosa: dal terrazzo del suo palazzo dorato ha metaforicamente lanciato Dolce e Gabbana. Li ha indicati al mondo con disprezzo. Li ha umiliati. Non ha riconosciuto loro diritto di cittadinanza all’interno della comunità gay, li ha espulsi ergendosi a divinità assoluta. E in questa visione degna del peggior Califfato non ci sono gli adepti che berciano con le mani al cielo "Allah è grande" dopo l’esecuzione in segno di sottomissione, ma lo star system che twitta e ritwitta #boycottDolceGabbana, che butta le loro mutande (ma che cosa c’entra?), che si allinea e rilancia con offese ripugnanti il "verbo" del baronetto inglese. Per questo io rivendico il diritto sacrosanto di Dolce e Gabbana a esporre le loro idee nel modo civilissimo e articolato che ha trovato spazio nell’intervista a Panorama. Per questo rivendico il mio tweet, diffuso dopo pochi minuti dalla fatwa lanciata da Elton John: "Ma che scrivete a fare #siamotutticharlie nel nome della libertà, se non siete capaci di discutere? Vergogna. Sto con @dolcegabbana"

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