L'inchiesta Consip oltre la patacca del capitano

L'inchiesta sugli appalti legati all'ente pubblico non è affatto chiusa: un verminaio incredibile su cui la giustizia sta procedendo a passo di lumaca

Tiziano-renzi

Il padre di Matteo Renzi, Tiziano, in una foto del 2014 – Credits: ANSA/GIAMPAOLO GRASSI

In questa infinita e gigantesca puntata di Forum che è diventata la giustizia italiana - in particolare la fase delle indagini preliminari - ci troviamo a commentare una frase di un'intercettazione telefonica su "Renzi" attribuita da un ufficiale dei carabinieri ad Alfredo Romeo piuttosto che a Italo Bocchino.

Il fatto è grave, non ci piove. Perché il "Renzi" di cui in realtà parlava Bocchino era Matteo e non si trattava, come attestato dall'investigatore, di Romeo che si riferiva al babbo Tiziano. La procura di Roma verificherà adesso se il capitano dei carabinieri abbia fatto questo pasticcio in buona fede oppure con dolo e quindi volontariamente: di sicuro, nella seconda ipotesi, oltre alla condanna gli andrebbe anche assegnato di diritto il Nobel dell'imbecillità 2017 visto che la vicenda sarebbe saltata fuori in ogni caso nel corso del processo. Ma stiamo ai fatti.

Davvero questa circostanza, ribadisco grave, fa crollare l'inchiesta? No, affatto. Non è motivo di giubilo, al contrario. L'indagine sulla Consip nella quale Tiziano Renzi è indagato per traffico illecito di influenze è un verminaio così vasto che magari bastasse l'enorme fesseria commessa dal capitano per azzerarla.

Ci sono, per dire, le parole mai smentite di Luigi Marroni, stimato dirigente e amministratore delegato della Consip (il più alto rappresentante dell'azienda statale che assegna appalti per decine di miliardi), il quale sostiene che babbo Renzi lo incontrò due volte con l'unico scopo di spingerlo ad agevolare l'amico Carlo Russo ad ottenere delle commesse: "Tiziano Renzi mi ribadì che dovevo aiutare Russo nella gara d'appalto perché era una persona a lui molto vicina" detta a verbale Marroni.

Secondo Renzi, Marroni è un mentitore spudorato perché in quegli incontri si parlò unicamente di una statua della Madonna di Medjugorie da sistemare all'ingresso di un ospedale. Capite che siamo di fronte a due versioni inconciliabili: Marroni denuncia una pressione abnorme, reiterata e manifesta mentre Renzi senior sostiene di aver parlato con Marroni della Madonna di Medjugorie.

Non vado oltre tra le pieghe dell'inchiesta che tocca anche il ministro dello Sport Luca Lotti, accusato di violazione del segreto istruttorio per un perverso gioco di confidenze attorno a questa benedetta inchiesta.

Stiamo ai fatti. Sono passati quattro mesi da quando i magistrati sanno tutto ciò che è già venuto fuori e molto altro. Marroni è al suo posto e non ha ricevuto alcun avviso di garanzia per calunnia o falsa testimonianza; continua a ricoprire una carica delicatissima di diretta emanazione del governo per la quale il pre-requisito è la totale limpidezza e onestà.

Conclusione: la credibilità delle istituzioni di questo Paese è attualmente sospesa e compromessa perché non sappiamo se un ministro in carica del governo che ha nominato Marroni (accusato di essere un bugiardo dal papà di Renzi) abbia insieme ad alti funzionari dello Stato commesso il reato di rivelazione del segreto d'ufficio, e se il padre dell'ex premier è vittima di una enorme macchinazione oppure è un volgare traffichino. D'accordo, il capitano è un fesso, un pirla o un mascalzone: ma il dottor Marroni mente o no?

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