Cronaca

Il nostro gioco perverso con la morte

I muri sbriciolati di edifici teoricamente "messi a norma" ci dicono che siamo davanti ad omicidi. E di questi omicidi è possibile risalire ai mandanti

terremoto

Giorgio Mulè

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Grazie a internet, sempre pronto a soccorrere chi non è sorretto dalla memoria, ognuno di voi capirà perché questa settimana Panorama titola in copertina "Terremoti all'italiana".

Sarà sufficiente leggere le dichiarazioni, i proclami, gli impegni e le promesse fatte dopo ogni sisma per avere conferma di un tristissimo e stantio canovaccio.

Andate indietro nel tempo, fermatevi dove vi pare a rileggere le cronache dell'Irpinia o dell'Aquila, di San Giuliano di Puglia o dell'Umbria del 1997: celebrato l'eroismo dei soccorritori e "il grande cuore degli italiani", raccontate le storie dei cani che scovano i dispersi sotto le macerie, invocata la fucilazione sul posto per gli sciacalli che rubano pezzi di vita tra le rovine, esaurito la Spoon River delle vittime e asciugate le lacrime dei superstiti rimarrà spazio per le cronache del "post terremoto" con le tendopoli e i "rigori dell'inverno" e poi, ovviamente, la matrigna di ogni cataclisma e cioè la ricostruzione. Succede anche oggi, mentre sprofondiamo nel dolore davanti alle bare bianche di Amatrice, Accumoli, Arquata, Pescara del Tronto...

E però basta. Basta.

Perché il campanile che si è sbriciolato e ha distrutto la casa della famiglia Tuccio di Accumoli (padre, madre, due figli di 8 anni e 9 mesi), la scuola "antisismica" che è venuta giù come un castello di sabbia ad Amatrice e che solo grazie al caso non è stata la fossa comune di chissà quanti bambini, i muri sbriciolati di edifici teoricamente "messi a norma" ci dicono che siamo davanti ad omicidi. E di questi omicidi è possibile risalire ai mandanti. Perché Andrea Tuccio si era preoccupato di far fasciare di acciaio i vecchi solai affinché resistessero alle scosse. E sarebbe vivo e con lui la moglie Graziella e i piccoli Riccardo e Stefano se i 125 mila euro erogati dallo Stato alla Curia dopo il terremoto del '97 fossero stati utilizzati per la messa in sicurezza del campanile che li ha sepolti piuttosto che finire in sacrestia.

Ma siamo davanti ai "terremoti all'italiana" perché, come dimostriamo nel servizio di copertina, sappiamo perfettamente del pericolo incombente ma non facciamo nulla per prevenirlo.

La storia che raccontiamo questa settimana sul Panorama (la troverete su sito da lunedì 5 settembre) quella di un paese del Sud che si trova nella stessa condizione sismica dei borghi appena distrutti: zona 1, altissimo rischio. Leggete che cosa succede: i soldi per rendere sicure le abitazioni ci sono, ma nessuno li utilizza. Perché le procedure sono farraginose e complicatissime, perché gli enti locali si rimbalzano le competenze e perché, ed eccoci al punto, la gente dice che "anche se arriva il terremoto non cadrà nulla". Illusi, pazzi.

Sappiamo di rischiare la vita, di essere sotto scacco di una minaccia: manca solo l'ora dell'appuntamento con il disastro. Eppure ci illudiamo che il terremoto o la frana o l'alluvione o chissà quale altra calamità ampiamente prevista e prevedibile si fermerà per incanto davanti all'uscio di casa. Abbiamo solo iniziato a scavarci la fossa. Per questo abbiamo scelto quel titolo: "Terremoti all'italiana". Piantiamola con l'ipocrisia, mettiamo a posto le case delle mille Amatrice sparse per il Paese e mandiamo in galera chi, prima di questo sisma nel centro Italia, pur avendo avuti i fondi li ha utilizzati male o per fare altro.

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