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Isis ed il mistero degli ostaggi turchi

Ankara smentisce il pagamento del riscatto per la liberazione dei 46 ostaggi. Ma il dubbio resta, ecco perché

Per LookOutNews

A quarantotto ore dal rilascio dei 46 ostaggi turchi (e tre iracheni) catturati a inizio giugno dai miliziani dello Stato Islamico (IS), restano non poche ombre sull’operato del governo di Ankara. La versione del governo turco, secondo cui gli ostaggi sarebbero stati liberati senza il pagamento di alcun riscatto, non convince appieno. Né bastano a eliminare i tanti interrogativi rimasti in sospeso, le parole del primo ministro Ahmet Davutoglu. Il quale, nell’accogliere il rientro degli ostaggi ad Ankara, ha tenuto a specificare che la Turchia “non è scesa a patti in alcuni modo” con i soldati del Califfo Al Baghdadi e che il loro rilascio non è il risultato di un blitz delle forze speciali turche.


Risposte che ovviamente non possono bastare per chiudere questa vicenda, come ha affermato ad Associated Press Aaron Stein del Royal United Services Institute, esperto dei servizi di sicurezza turchi: “Penso che sia giusto dire che non è stato detto tutto su questa storia”. Il dubbio è avvalorato anche da alcuni voci sfuggite off the record da funzionari dell’intelligence di Ankara, che hanno parlato dell’utilizzo dei “propri metodi” per sbrogliare questo rapimento, non fornendo però ulteriori dettagli. 



Esfiltrazione o scambio di prigionieri?
Il cerchio così potrebbe stringersi almeno a due scenari. Il primo rimanda a un’operazione di esfiltrazione, vale a dire l’estrazione di persone, in questo caso ostaggi, da una situazione di grave pericolo. Si tratta però di uno scenario poco probabile, considerato che l’area attorno a Mosul, capitale irachena del Califfato - dove pare che gli ostaggi in questi tre mesi di prigionia siano stati spostati almeno 8 volte in vari nascondigli dopo il prelievo dal consolato turco - è presidiata quasi totalmente dai miliziani jihadisti. 

Entrare in azione in queste zone per liberare degli ostaggi non è solo rischiosissimo ma un’operazione quasi destinata al fallimento, come dimostrato dai tentativi di USA e Regno Unito per portare a casa James Foley e altri cittadini rapiti in Siria dai soldati di Al Baghdadi.

Il secondo scenario conduce invece allo scambio di prigionieri o al “baratto”. Potrebbe essere questa al momento l’ipotesi più valida, per una serie di motivi. È possibile che nelle operazioni di contenimento effettuate al confine con la Siria, le forze di sicurezza turche abbiano catturato dei miliziani di IS proprio con l’obiettivo di sfruttarli come merce di scambio per riavere i propri concittadini indietro. 

In alternativa, l’altra merce di scambio messa sul tavolo delle trattative dal governo turco potrebbero essere stati gli interessi petroliferi legati al contrabbando di greggio, gestito dallo Stato Islamico con diversi Paesi del Medio Oriente, Turchia compresa. Il traffico di petrolio si sta rivelando d’altronde una risorsa fondamentale, che sta consentendo ad Al Baghdadi di foraggiare le sue truppe: 3,2 milioni di dollari al giorno derivati dallo sfruttamento degli undici giacimenti controllati tra Siria e Iraq, che vengono reinvestiti per l’acquisto di armi sempre più sofisticate, per il pagamento di stipendi e per la gestione di una enorme “macchina da guerra” quale è diventata IS negli ultimi mesi. 

Garantendo di chiudere un occhio di fronte ai traffici illeciti che attraversano per buona parte anche il territorio turco, forse il governo del presidente turco Erdogan potrebbe essere riuscito a venire incontro alle richieste dei rapitori. Il condizionale, però, rimane d’obbligo. 


I veri interessi della Turchia e la questione curda
Qualche certezza in più c’è invece sul futuro ruolo di Ankara nella campagna militare contro lo Stato Islamico, ora che i suoi ostaggi sono stati riportati a casa. Sinora la Turchia aveva utilizzato l’argomento per evitare di farsi trascinare in guerra dagli Stati Uniti, rifiutando anche di concedere le proprie basi aeree (quella di Incirlik, principalmente) per il decollo di droni e caccia americani. Adesso che il governo turco ha ottenuto ciò che voleva, potrebbe cambiare la sua strategia in Medio Oriente. Anche se difficilmente lo farà. 


Con un atteggiamento ambiguo e a tratti condiscendente nei confronti degli estremisti islamici - siano essi i qaedisti di Jabhat Al Nusra o i miliziani dello Stato Islamico - Erdogan ha messo a segno più di un punto a suo favore, dalla defenestrazione del premier sciita iracheno Nouri Al Maliki alla possibilità di smarcarsi da Baghdad, mantenendo ancora viva la speranza di far cadere il regime del presidente siriano Bashar Assad. 


Senza dimenticare la questione curda. Dopo l’arrivo negli ultimi due giorni di più di 130mila curdi fuggiti dall’enclave di Kobane-Ayn Arab assediata dagli jihadisti, il governo turco ha ordinato la chiusura della maggior parte dei valichi di frontiera al confine con la Siria, per così dire “ingabbiando” oltreconfine anche le centinaia di miliziani del PKK che si erano mossi in difesa dei curdo-siriani contro lo Stato Islamico. Il PKK è il Partito dei Lavoratori curdo, movimento politico armato clandestino, che lotta per il riconoscimento di uno Stato indipendente nel territorio turco e che, per tale ragione, è inviso ad Ankara, da cui è considerato “organizzazione terroristica”.


Turchia e Stato Islamico, dunque, condividono tanto il problema dei curdi quanto quello del controllo di un vasto confine che si estende dalla Siria all’Iraq. Inevitabile, perciò, che Ankara mantenga rapporti di promiscuità con il proprio scomodo vicino.


 


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