Snowden e la “sindrome da privacy totale”

E’un fronte piuttosto composito e trasversale quello di coloro che si sono pubblicamente schierati a difesa di Edward Snowden, il 29enne contrattista della potentissima agenzia statunitense per la protezione cybernetica, la NSA, che ha raccontato al mondo il “sistema” di …Leggi tutto

E’un fronte piuttosto composito e trasversale quello di coloro che si sono pubblicamente schierati a difesa di Edward Snowden, il 29enne contrattista della potentissima agenzia statunitense per la protezione cybernetica, la NSA, che ha raccontato al mondo il “sistema” di controllo preventivo delle comunicazioni messo in piedi in nome della sicurezza nazionale dall’amministrazione Bush e poi confermato ed ulteriormente sviluppato da quella Obama.

E non stupisce tanto il peana del giovane emulo del soldato Bradley Manning da parte del Michael Moore o dell’Assange di turno.

Impressionano, piuttosto, le voci altrettanto plaudenti di personaggi come Edward Luttwak che pure di cose d’intelligence s’intende. O, addiritura della premiere dame della destra francese Marine Le Pen che tanto ben disposta verso terroristi, a maggior ragione se di matrice confessionale, non pare essere.

E ci saranno da considerare anche le ragioni di un governo prima repubblicano ora democratico che su tale delicata materia hanno trovato una non troppo sorprendente convergenza. E allora a cosa riportare questo movimento di pensiero nato spontanaemente a favore del “traditore” Snowden?

La spiegazione potrebbe essere in quella che oggi potremmo definire come la sindrome da privacy totale.

Quella pretesa inviolabilita’ del privato che dal domicilio o la corrispondenza, ognuno ha voluto estendere anche ai gusti musicali, alla pizza preferita piuttosto che alla marca del pannolino usato dai neonati.

Una rivendicazione continua e pressante del diritto all’intimita’ globale che, ovviamente, fa a pugni con un’altra esigenza altrettanto vitale quale la sicurezza nazionale e’. Ed allora come trovare la linea di compromesso tra queste priorita’ cosi’ in radice apparentemente confliggenti tra loro?

Innanzitutto e’ bene ricordare a noi stessi che, nell’era digitale, “spiati” lo siamo un po tutti. E senza dover ricorrere ai massimi sistemi tecnologici di sorveglianza che oggi anche l’ultimo comune italiano ha sviluppato per rispondere ad una domanda di sicurezza sempre maggiore dei propri cittadini, basterebbe pensare a quanti e quali dati conferiamo spontaneamante e quotidianamente usando una carta fedelta’, una carta di credito, o spensieratamente postando su un social network pensieri, immagini, elenchi di amici e via discorrendo. Magari esibendo, per vanita’ o sbadataggine, la nostra presenza in localita’ rinomate piuttosto che all’orto mercato, abilitando quella funzione cosi’ apparentemente innocua dei nostri ipad et similia che ci chiede gentilmente di essere autorizzata a rilevare la nostra posizione.

Una mole impressionante di dati che sono, nei fatti, alla merce’ di operatori di call center piuttosto che di contrattisti precari delle compagnie telefoniche. Anche Snowdem era, a suo modo, un precario, certamente ben pagato ma della cui fedelta’ ai canoni del pattriotismo americano poteva essere lecito dubitare prima di assegnalo ad un settore cosi’ delicato. In un’era dove la comunicazione viaggia a velocita’ impressionanti in ambienti liquidi e accessibili da ogni angolo della terra, gli enti di sicurezza hanno dovuto adeguare i loro modelli di intelligence preventiva spingendoli su terreni non battuti prima.

A strumenti di ricerca web semantica sempre piu’ avanzati e’ stato logico affiancare anche informazioni provenienti da banche dati non pubbliche. E questo per ottenere una maggiore efficacia nel contrasto a forme di criminalita’ transanazionale che da tempo hanno imparato a veicolare le proprie comunicazioni sui canali piu’ diffusi ed evidentemente meno controllabili. Quale puo’ essere, in tale quadro, il punto di equilibrio?

Personalmente non mi colloco sulla linea di pensiero ispirata da Franklin, uno dei padri costituenti americani, che soleva dire che se un uomo e’ disponibile a rinunciare alla propria liberta’ in nome dellla sicurezza non merita ne’ una ne’ l’altra. Bisognerebbe forse interrogarsi su cosa significhi liberta; se cioe’ della sua piena affermazione un diritto alla privacy totale sia conseguenza naturale, senza esclusione alcuna.

Ebbene non ritengo che consentire ad una istituzione preposta alla tutela di un diritto altrettanto fondamentale come la sicurezza della societa’ e dei cittadini, di analizzare dati, magari in modo aggregato o mirato, limiti nel concreto la mia liberta’. Piuttosto pretenderei che qui dati fossero trattati con tutte le cautele del caso sotto rigidissimi protocolli di riservatezza. Pretenderei che quei dati non prendessero vie non convenzionali, come le pagine dei giornali. E pretenderei che il responsabile di tali operazioni rispondesse di fronte alla legge degli accertati usi difformi dallo scopo per il quale sono stati acquisiti e trattati. Un rapporto di mutua fiducia tra stato e cittadino a fronte del quale il secondo accetta questa particolare forma di “limitazione” del diritto in cambio di un comportamento etico. Che, e’ bene dirlo, non sempre e’ corrisposto da parte del primo. Rendere quindi “trasparenti” e dichiarate queste attivita’ come miglior garanzia per il cittadini. Ma anche per lo stato che depriverebbe cosi’ schiere di complottisti di quelle armi dialettiche che finiscono per evocare sempiterni grandi fratelli e suggerire suggestivi quanto spesso inconsistenti scenari spionistici.

L’implicita rinuncia ad una parte variabile della sfera privata agli americani deve essere ben chiara se la maggioranza di loro appoggia apertamente l’operato del governo nella consapevole certezza che queste operazioni siano fondamentali nella lotta al terrore. E che questa azione debba munirsi dei necessari requisiti di segretezza pare altrettanto pacifico. In fondo Franklin affermava anche che un segreto tra tre persone per considerarsi tale postula la condizione che almeno due di esse siano morte.

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