Dolce & Gabbana
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Il "progressismo d'accatto" contro D&G

Contro Dolce & Gabbana (e la loro opinione sulla famiglia tradizionale) si è scagliata la "cordata" dei soliti noti

Possibile che non ci sia stato un reietto di addetto al marketing che abbia messo in guardia Domenico Dolce e Stefano Gabbana dalle conseguenze che avrebbe indotto presso il circolo dell’elite benpensante gay e dintorni, la loro libera espressione del pensiero?

Eppure l’esperienza di Guido Barilla qualcosa lo doveva avere insegnato se, vero come vero, il povero pastaio a distanza di qualche anno ancora è intento a leccare le ferite dei suoi bilanci e della sua immagine, devastati dalla virulenta campagna di boicottaggio allestita dalla potentissima lobby gay.

La colpa dei nostri? avere fatto un riferimento nemmeno troppo enfatico alla preferenza accordata dal loro immaginario alla famiglia tradizionale fatta di mamma, papà e bimbi, una visione che è, peraltro, maggioritaria tra i tanti omossessuali poco inclini alla rivendicazione del proprio stato (certamente la totalità di quelli che conosciamo) che vivono con serenità, e ci mancherebbe altro, il loro quotidiano. Persone, il più delle volte, fieramente contrarie alle “forzature” introdotte per legge o per scienza al “normale” corso della vita. Ma, come spesso accade, anche in questi casi la maggioranza silenziosa non fa testo e piomba come un macigno sul pubblico dibattito la concionata del maitre a penser di turno questa volta impersonificato da Sir Elton John che svestiti i panni dell’esteta dello spartito indossa quelli di Jihadi John per lanciare la sua guerra santa contro i reprobi del fashion. In suo soccorso accorre, d’un fiato, una mandria di tori impazziti, accecati da furore iconoclasta, che in coro annunciano spogliarelli di massa e falò milionari.

Già me li immagino, deliziose signore che tra una sniffata di cocaina ed un passaggio dal chirurgo plastico calpestano stole e pizzi D&G oppure obesi d’antan che con il ditino puntato impongono al giovane compagno un radicale cambio di look: “d’ora in avanti pagherò solo i conti di John Galliano e se passi da via della Spiga voltati dall’altra parte”.

Una pantomima isterica e vacua che riesce, però, a creare dibattito con il giusto corredo di paginate di giornali e sevizi dei tg, più o meno consapevoli araldi di quello che Stefano Gabbana ha definito un bel esempio di fascismo nouvelle vogue. Perché, ormai, esprimere una propria opinione a difesa di principi e valori tradizionali può esporre allo stesso rischio di un cristiano che prega il rosario in Pakistan. Tanta e tale è la protervia di questi presunti “discriminati” da far invertire l’onere della prova e inchiodare sul banco degli imputati piuttosto che su un moderno crocifisso coloro che si macchiano della colpa di avere una visione del mondo se possibile diversa dalla loro.

Dolce e Gabbana sono solo le ultime “vittime” di questo progressimo d’accatto. E, insieme a loro, la maggioranza del mondo omosessuale che di pagliacciate pride e paladini in frack siamo certi non avverte alcun bisogno.

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