I reparti della speranza (di avere un figlio)

Non si era ancora spenta l’eco del tripudio collettivo seguito alla decisione della Consulta che aveva dato il via libera in Italia alla fecondazione eterologa che il caso della mamma dei gemelli “diversi” e’ entrato di prepotenza nei media e …Leggi tutto

Non si era ancora spenta l’eco del tripudio collettivo seguito alla decisione della Consulta che aveva dato il via libera in Italia alla fecondazione eterologa che il caso della mamma dei gemelli “diversi” e’ entrato di prepotenza nei media e nelle coscienze.
Intendiamoci probabilmente cio’ che e’ accaduto all’ospedale Pertini di Roma e’ un caso forse unico nel suo genere frutto di quella mala gestio sanitaria non estranea ai vizi congeniti del paese. Ma quello che non puo’ discutersi e’ l’impatto emotivo che una tale situazione ha provocato e che, verosimilmente, la stessa possa avere indotto a qualche riflessione supplementare coloro che della pronuncia della Corte Costituzionale hanno da subito fatto vessillo ideologico in nome di una battaglia libertaria dai confini sempre piu’ indefiniti.
Assistere alle rispettive rivendicazioni delle due coppie di genitori protagonisti, loro malgrado, di questa eterologa del fato, e’ quanto di piu’ avvilente possa esserci. Ma, anche in questo caso, prima di lanciarsi in giudizi definitivi ed aderire al sempiterno gioco delle tifoserie, e’ meglio cercare di capire cosa ci sia alla base di due posizioni cosi’ apparentemente inconciliabili tra loro. E per fare cio’ bisogna varcare, magari portati per mano da chi lo ha vissuto, la porta di un reparto ospedaliero dove la procreazione assistitia e’ il motore del vivere quotidiano.

Appena oltrepassata quella soglia e inquadrati i volti di uomini e donne in attesa, la prima sensazione e’ di trovarsi in una fabbrica della speranza. Sei appena uscito da un consulto con il primario che, senza indulgere in scorciatoie, ti ha detto “cari signori procediamo pure. l’eta’ della signora ci fa indicare in un quindici per cento le possibilita’ di successo”. Una speranza appunto piuttosto che una certezza. La stessa che vedi stampata nei volti e nei sorrisi forzati della gente che ti sta accanto. La stessa che leggi negli sguardi di quelle donne che si stanno sottoponendo ai previsti cicli di stimolazioni ormonali e che hanno chiaro nella loro mente che gli effetti di questa “forzatura” non si supereranno con un ritocco del chirurgo plastico o dell’estetista.
Quando l’uomo, poi, e’ chiamato al suo “contributo” il pensiero comune va al destino di quella provetta. E quel senso di incertezza si trasforma in ansia quando dietro a te c’e’ una persona di colore o un asiatico o un musulmano e ti trasforma per un attimo nel razzista che pure non sei. Nel frattempo risuona nella mente quella sensazione di inadeguatezza che ti porti dentro da quando gli esiti degli esami ti hanno detto che no, tu come tutti gli altri non sei. Ma e’ quando ti siedi ed attendi tra una fase e l’altra che il mondo della speranza diventa davvero il tuo mondo. Perché qui piu’ che in ogni altro luogo la voglia di condividere, di confrontarsi, di sapere l’uno dell’altro prende vita. Senti di avere bisogno di solidarieta’, tu che piuttosto l’avevi sempre portata agli altri e anche le tue radicali certezze di autonomia emotiva vengono meno. E cosi’ parte il dialogo tra compagni di viaggio. “Quante volte lo avete fatto? avete pensato all’estero?” E poi il piccolo gossip di reparto magari alimentato da qualche infermiera pur animata da buone intenzioni “vedi quella? poverina e’ la settima volta…” Per te il tema non si pone. Hai deciso che lo farai tre volte e poi ti rassegnerai a trovare altri orizzonti nella tua vita. L’eterologa all’estero l’hai esclusa perché vuoi un figlio. Ma lo vuoi tutto tuo, se cosi’ non sara’ pazienza. Capisci, pero’, che le tue regole non scritte sono le tue e basta. C’e’ un numero indefinito di punti di vista diversi attorno a te e tutti degni di essere capiti se non condivisi. Ma cio’ che appare chiaro e’ la precarieta’ emotiva di coloro che hai attorno, stretti tra speranze, incertezze, desideri di maternita’ e paternita” incontrollabili, tutti incanalati in percorsi fuori dal naturale corso della vita, almeno nell’accezione che abbiamo imparato da piccoli.
Ma il contrasto piu’ evidente e devastante lo vivi in un crocevia dove si intersecano occhi che tradiscono il dolore del primo o dell’ennesimo fallimento con altri che vorrebbero gridare la loro gioia al mondo. Una reazione termica di sentimenti dagli effetti non prevedibili. Un ammasso di sensazioni che vorrebbero spingersi via l’una con l’altra. Quello che puo’ sembrare uno scherzo del destino mette una di fronte all’altra le sale operatorie di donne che stanno per ricevere l’impianto di un embrione e quelle che stanno per abortire. E osservi attonito le prime guardare le seconde cercando di intercettarne il pensiero e la chimica surreale che ne deriva. E quando, dopo mesi, te ne andrai al colmo della felicita’ perche’ il tuo quindici per cento e’ diventato un successo ti lascerai dietro un retrogusto amaro di un’umanita’ ancora in fila nella fabbrica della speranza.

Ecco perche’ avventurarsi oggi in giudizi definitivi sul valore di una sentenza o sulla battaglia di due madri impone mature riflessioni. Che forse potranno consigliare prudenza piuttosto che il rispetto del silenzio.

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