Ancora il “lieto fine”, ma che tristezza

Oggi mi va di parlare di musica. Di quella vera visto che i refrain di quella politica sono oramai confinati ai limiti del surreale in un susseguirsi di “stecche” fin troppo evidenti. Sabato scorso puntata finale di “the winner is” …Leggi tutto

Oggi mi va di parlare di musica. Di quella vera visto che i refrain di quella politica sono oramai confinati ai limiti del surreale in un susseguirsi di “stecche” fin troppo evidenti. Sabato scorso puntata finale di “the winner is” format nel solco del defilippismo piu’ spinto dove esibizione di presunti talenti e di storie strappalacrime si sono fusi in un melange che ha lasciato allo spettator
e il dubbio di trovarsi piu’ alla casa della carita’ che al festivalbar. Un conduttore di (sovra)peso indiscusso quale Gerry Scotti e’ con una spalla a meta’ tra il mefistofele ed il gambo di prezzemolo che rispondeva al nome di Rudy Zerbi. Con loro, una giuria di 100 asseriti esperti chiamati, in apparenza, a giudicare le esibizioni canore con un occhio attento pero’ ai picchi di share che solo storie di moderni cenerentole e cenerentoli possono provocare. Nelle puntate precedenti nulla era stato lasciato al caso nella recita liturgica che suor Maria epistolaria aveva tracciato forte dei suoi indici d’ascolto legati a doppio filo a quella depravazione tutta italiana che vuole esibiti sulla pubblica piazza i sentimenti piu’ intimi, le storie piu’ indicibili, le miserie da riscattare a tutti i costi, fosse anche solo per una sera. E cosi’ preti, orfani, disoccupati e starlette in cerca d’autore si sono succeduti e sfidati a singolar tenzone con delle performance talvolta piu’ adatte alla ribalta della Corrida che a quella di un vero o verosimile talent scout. In mezzo a tanta mediocrita’ sono emersi due veri cantanti per vocalita’ e preparazione, la jazz/soprano calabrese Claudia Donato e il neomelodico Max Petronilli la cui interpretazione di “yesterday” e’ stata da brivido vero. Ma nel rush finale studio e talento nulla hanno potuto contro le decalcomanie del nazionalpopolarismo piu’ spinto. Ed ecco che la babysitter napoletana che dimentica le parole di ogni canzone viene fermata ad un passo dalla finale forse per un minimo di decenza che ha colto parte dei giurati. Ma quando sul palco sale il clone di Antonella Elia abbigliata alla heidi e tatuata alla Fabrizio Corona con il suo bravo bagaglio di stenti e mattonelle da sostituire in bagno l’apoteosi di giuria e pubblico sono tutti per lei, ripetendo il copione che ha portato a Sanremo personaggi alla Marco Carta o Valerio Scanu Un’imbarazzante “I have nothing” ed una “new york new york” arrocchita a dovere bastano a sbaragliare il campo e mandare dietro le quinte i due unici veri cantanti presenti alla serata. Cosi’ la favola a lieto fine precario e’ servita, il cuore di mamme e nonne e’ gonfio di gioia e la manipolazione della realta’ completa. Un cattivo servizio, l’ennesimo se ancora ce ne fosse bisogno, a quel desiderio di merito e valore tanto sbandierato e mai praticato ognidove. Chissa’ cosa avra’ pensato di tutto cio’ Renato Cioni, presente a sostenere l’esibizione della figlia, uno dei piu’ grandi tenori di sempre al quale Wikipedia dedica una sola pagina. In inglese.

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