Il Rubygate e il teatro dell'ingiustizia

Il processo per le notti di Arcore è stato un dramma mediatico-giudiziario, che ha alterato la storia politica italiana. Ecco personaggi e interpreti

'Rubygate': il più grande scandalo antiberlusconiano

Karima el Mahroug, detta Ruby, mentre protesta all'esterno del Palazzo di Giustizia di Milano – Credits: Getty Image

Soltanto La trappola per topi di Agatha Christie, forse, ha avuto un maggior numero di repliche e critiche più favorevoli. La recita del «Rubygate» è andata in scena per 1.597 giorni di fila tra accuse infondate e lanci di fango, oscenità spesso presunte e applausi quasi sempre osceni. Era iniziata con il facile scoop fornito al Fatto quotidiano dalla solita «voce dal sen fuggita» in tribunale: il 26 ottobre 2010 il giornale rivelava che «da mesi» una ragazza appena diciottenne, «tale Ruby», veniva interrogata in gran segreto dalla Procura di Milano sui suoi «incontri sessuali con il premier, da minorenne». È finita l’11 marzo scorso, in Cassazione, con un’assoluzione piena e definitiva.

È stato un teatro dell’ingiustizia che per oltre quattro anni ha squassato l’esistenza dell’imputato Silvio Berlusconi (e che ora pervicacemente insiste con il «Ruby ter»), devastandone l’immagine a livello globale, ma ha modificato anche la vita di un intero Paese. Perché il dramma mediatico-giudiziario ha modificato per sempre la nostra storia politica: inducendo tradimenti e crisi di governo, alterando in profondità il gioco parlamentare, spaccando partiti e creando dal nulla personaggi che forse non sarebbero mai emersi. Signore e signori, ecco protagonisti e comprimari dello spettacolo, in ordine di apparizione.

Ilda Boccassini
Il procuratore aggiunto di Milano, titolare dell’antimafia, è stata l’anomalo regista dell’inchiesta-spettacolo. Anomalo: perché si è poi scoperto che il processo in realtà avrebbe dovuto essere affidato al suo ex collega Alfredo Robledo, all’epoca unico, corretto destinatario delle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione (la concussione). Anche per questo volontario «trascinamento», che il Csm ha valutato con molte perplessità, oggi è Boccassini la principale sconfitta del Rubygate. Nel 2011 aveva chiesto il giudizio immediato per Berlusconi, evidentemente senza approfondirne una questione centrale: la sua effettiva consapevolezza sull’età di Ruby. Oggi la difendono in molti, però Ilda di errori ne ha fatti tanti. E non si parla tanto della gaffe nella requisitoria contro il Cavaliere, nel 2013, quando aveva detto «l’accusa lo condanna ad anni sei» prima di correggersi precipitosamente con un «chiede la condanna ad anni sei». Si parla dell’individuazione del reato, della raccolta delle prove, della tardiva iscrizione al registro degli indagati: il 21 dicembre 2010, quando in realtà l’inchiesta andava avanti da giugno. Diciamo così: errori di battuta, che hanno pesato sulla recita.

Edmondo Bruti Liberati
Nel novembre 2010, due mesi prima che lo tsunami del Rubygate rovinasse sul presidente del Consiglio, il procuratore di Milano era caduto dal pero. Un’inchiesta su Berlusconi? «Macché, non è iscritto» aveva detto Bruti. Aveva aggiunto che nel caso di Ruby, la famosa sera del 27 maggio, la Questura aveva «seguito correttamente tutte le procedure» e che quindi non erano previsti «ulteriori accertamenti sul punto». Bruti aveva concluso, lapidario: «È ovvio che qui noi perseguiamo reati e non c’interessiamo della vita privata delle persone». In mezzo, è accaduto di tutto: anche lo scontro con il procuratore aggiunto Robledo, che protestava per le troppe interferenze, a partire dalla sottrazione del caso Ruby. È per questo che oggi, a mostrare pieno appoggio a Ilda Boccassini, è un procuratore-attore diverso: Liberati.

Gianfranco Fini
Era dal 2008 che ambiva a prendere il posto di Berlusconi e così ha trasformato il Rubygate nel destriero di quella che era sicuro sarebbe stata una trionfale cavalcata alla conquista del centrodestra. Il 7 novembre 2010, alla prima convention del suo partitino Futuro e libertà, l’allora presidente della Camera, nonché cognato di quel Giancarlo Tulliani proprietario agevolato a Monte-Carlo, aveva intimato al Cavaliere di rassegnare le dimissioni: «Se si è personaggi pubblici» aveva sibilato «si è obbligati a essere d’esempio. Oggi io rimpiango Moro, Berlinguer, Almirante e il loro rigore, il loro stile…». Una settimana dopo, la delegazione di Fli aveva lasciato il governo tra i lanci di fiori del centrosinistra. Lì Fini aveva iniziato a sperare in un futuro radioso. Finito con un lancio, bipartisan, di verdure sul palco.

Carmen D’Elia, Orsola De Cristofaro e Giulia Turri
Le tre giudici di primo grado, che il 24 giugno 2013 avevano condannato Berlusconi a sette anni di reclusione, con la loro sentenza avevano confermato la presunta «furbizia orientale» di Ruby (copyright della Boccassini), «il collaudato sistema prostitutivo» volto a soddisfare i «piaceri corporei» dell’ex premier, il «regista del bunga-bunga». Erano state quindi celebrate dall’Espresso come «donne che fanno molto seriamente un lavoro difficile, credono nella giustizia e nella Costituzione più bella del mondo», ovviamente «si sono mostrate capaci di gestire indagini pericolose e processi complicatissimi» e «vivono del loro stipendio di dipendenti statali, non cercano fama e non vogliono apparire troppo». Oggi, malamente contraddette in Appello e definitivamente cassate dalla Cassazione, forse è meglio che evitino il palcoscenico: rischiano fischi.

Enrico Tranfa
Il giudice di Corte d’appello che il 16 ottobre 2014, dopo un salvifico viaggio a Lourdes, si era dimesso clamorosamente per mostrare al mondo il suo dissenso, la sua «protesta morale» nei confronti dei colleghi che tre mesi prima avevano voluto assolvere Berlusconi, era passato alla cronaca come un eroe del nostro tempo. Criticato con un guizzo di severità dal presidente della Corte d’appello Giovanni Canzio («Non è coerente con le regole deontologiche»), Tranfa ora verrà ricordato per la battuta più fuori tempo (e più fuori luogo) nella storia della giustizia.

Eduardo Scardaccione
Il sostituto procuratore generale che lo scorso 10 marzo ha sostenuto l’accusa in Cassazione ha sparato altissimo: per ottenere la condanna ha citato i Promessi sposi: «Berlusconi è un po’ il Nibbio, il capo dei bravi di Don Rodrigo» (ma non era uno dei bravi dell'Innominato, ndr), ha citato Mel Brooks («La vicenda della nipote di Mubarak ha fatto ridere il mondo come uno dei suoi film») e ha citato perfino la «geometrica potenza» delle Brigate rosse (per «schiacciare il cuore» dei funzionari di polizia, «indotti a compiacere il premier»). Ma è una delle dure leggi della scena: chi troppo in alto sale, cade sovente scardaccionevolissimevolmente.

Roberto Saviano ed Ezio Mauro
Il 22 gennaio 2011 lo scrittore aveva ricevuto una laurea honoris causa (in giurisprudenza!) dall’Università di Genova e l’aveva dedicata in diretta «a Boccassini, che ha ben fatto il suo mestiere». Dopo la condanna in primo grado, aveva scritto su Facebook: «Ha vinto il diritto». Dopo l’assoluzione in appello, si era sperticato «in difesa del metodo investigativo di Boccassini». Dopo l’assoluzione definitiva Saviano ha vergato appena quattro parole sulla sua pagina Facebook: «Berlusconi assolto. Proprio così». E stop (più 15 mila «I like» grondanti bile). In vece sua ha dilagato il direttore della Repubblica, che ha titolato a piena pagina con un inverosimile «La Cassazione salva Berlusconi». Non assolve: salva. Teatro dell’assurdo, alla Jonesco.

Angelo Bagnasco
Nel gennaio 2011, quando il Rubygate era appena scoppiato, anche il presidente della Conferenza episcopale italiana era saltato sul palcoscenico dei mass-media per gridare tutto il suo scandalo. Aveva manifestato «sgomento» e addirittura «disagio morale» per «i recenti spettacoli nefasti, moralmente inaccettabili e pericolosi». La filippica si era chiusa con una sorta di anatema: «Si ponga fine a questi comportamenti contrari al pubblico decoro, che minano l’equilibrio e l’immagine generale del Paese». Oggi che Berlusconi, definitivamente assolto, manifesta la sua decisione di tornare in campo, Bagnasco (nel frattempo invitato da Papa Francesco a farsi più in là) non molla: «Le decisioni personali non bastano: si calano in contesti sociali, politici e lavorativi con cui bisogna fare i conti». Urge nuovo copione.

Marco Travaglio
Il direttore del Fatto quotidiano oggi è tra i più accaniti sostenitori di un improprio quarto grado di giudizio: Berlusconi è stato assolto in Cassazione? E chi se ne frega, è comunque colpevole. La punta di lancia di Travaglio è che a processo Ruby appena iniziato, nel 2012, la Legge Severino abbia «spacchettato» in due la vecchia concussione, suddividendola tra concussione per induzione e per costrizione, «limitando così il raggio d’azione dei giudici». Ma è una balla. Perché già quando Berlusconi era stato condannato in primo grado, nel giugno 2013, Boccassini aveva chiesto 6 anni di reclusione ipotizzando la concussione per «induzione». Il tribunale, però, aveva scelto l’ipotesi della «costrizione» e infatti aveva deciso per 7 anni di carcere. Il raggio d’azione dei giudici, insomma, era già allora il più ampio possibile. Il punto è un altro, checché ne dica Travaglio: nei due gradi successivi i giudici hanno escluso del tutto la concussione. Stop. Così è, se gli pare (e anche se non gli piace).

Gad Lerner
Un altro che non ha preso bene l’assoluzione è il giornalista-presentatore, il quale ha elegantemente commentato che l’ex premier «un puttaniere era e un puttaniere resta». In aggiunta, Lerner ha fatto gli scongiuri: «Comunque non credo che il destino politico di Berlusconi, ormai segnato, possa godere d’improbabili resurrezioni» ha scritto. In effetti, quattro anni di gogna planetaria avrebbero ridotto a mal partito anche un santo. Ma forse Gad sottovaluta il Cavaliere: altro che resurrezioni, sul palco della politica in pochi gli sanno tenere testa.

Lucia Annunziata
Anche la conduttrice di Rai3 nonché direttore dell’Huffington Post ha cantato a lungo nel coro dell’accusa. Ma già dopo l’assoluzione in appello, nel luglio 2014, era come crollata psicologicamente: «Tutti a casa, compagni» aveva scritto «qui la guerra è finita e noi la abbiamo persa». Rassegnata, però senza abbandonare il suo sinistro senso di superiorità, aveva aggiunto: «Una generazione esce sconfitta da questa sentenza, ha avuto torto. Ma speriamo che chi ha vinto abbia davvero ragione, e che sia valsa tutta la pena che si è dato. Non vorrei trovarmi nei panni di chi è vittorioso a breve, e si  vergognerà in futuro». Speranze malriposte. Dopo la Cassazione, oggi Annunziata sembra sparita: dietro le quinte.

Susanna Camusso
Fin dall’inizio, la segretaria della Cgil ha scelto di mettersi, moralmente, anche alla testa del movimento «Se non ora quando?»: il girotondismo femminista che per anni ha ballato il can-can del disprezzo contro «le puttane di Arcore». Con un’intima contraddizione, però. Perché femminismo e bacchettonismo, a logica, dovrebbero essere termini tra loro inconciliabili. Più volte in questi anni Camusso si è espressa contro «la doppia morale che offende la nostra dignità di donne»; negli anni Settanta le donne della Cgil gridavano «l’utero è mio e me lo gestisco io». Ma si sa, logica è valore spesso opinabile, soprattutto sulla scena sindacale.

Alexander Stille
Dal Newyorker al New York Times, negli anni del Rubygate il giornalista-professore si è scapicollato a spiegare agli americani le «assurdità» della giustizia italiana: quelle bizantinerie formalistiche che impedivano di sbattere in carcere il premier già dopo la condanna di primo grado. «Com’è possibile che Berlusconi sopravviva ai suoi guai giudiziari?» si chiedeva uno scandalizzatissimo Stille nel 2013, ingenerando oltreoceano la certezza che la nostra giustizia fosse prezzolata dal Cavaliere. Ora, dopo la Cassazione, è passato a prendersela con Benjamin Netanyahu: «Com’è possibile che nel mondo prevalgano i falchi?». Uomo dai dubbi amletici.

I ragazzi del coro (greco)
Dall’11 marzo, data per loro funerea, due maestri della cronaca giudiziaria si stanno sbattendo per dimostrare che l’inchiesta sul Rubygate è stata sacrosanta ed è perfino costata poco.
Sul Corriere della sera Luigi Ferrarella calcola: «Appena 65 mila euro, di cui 27 mila per le intercettazioni». Anche se la cifra è stata appena confermata dal procuratore Bruti, va detto che centinaia di utenze captate (e migliaia di conversazioni trascritte), lunghi pedinamenti e l’impiego delle più sofisticate tecnologie dell’antimafia lasciano ipotizzare somme come minimo dieci volte superiori. Un confronto: solo in primo grado il processo milanese sui derivati finanziari del Comune di Milano, ben più piccolo, di sole intercettazioni è costato 1 milione.
Sulla Repubblica, Liana Milella si consola elencando tutti i fronti giudiziari ancora aperti per Berlusconi: «Se fosse condannato a più di due anni in un nuovo processo» gongola «perderebbe il beneficio dell’indulto e tornerebbero così a vivere i tre anni “indultati” della condanna Mediaset».
E leggendo sembra di ascoltare i ditirambi del coro greco. Che tragedia. 



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