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Cronaca

Mostro di Firenze, fenomenologia di un'inchiesta mostruosa

Quel che resta della questione, giuridicamente ferma al 2000 con due condanne definitive, gira a vuoto e da allora ha provocato solo danni

Ci mancava soltanto il legionario ottantasettenne e presunto mitomane.

L’inchiesta senza fine sul Mostro di Firenze, ormai, è irrimediabilmente diventata un mostro d’inchiesta. L’indagine sui 16 omicidi che dal 1968 al 1985 hanno terrorizzato le campagne fiorentine e sconvolto l’Italia non finisce mai di stupire.

Adesso la procura di Firenze ha ri-messo sotto la lente un vecchio personaggio, che aveva già sfiorato due volte: Giampiero Vigilanti, pratese, un passato nella Legione straniera di cui gli sono rimasti i classici virili tatuaggi sul braccio destro.

Nel settembre 1985, proprio all’epoca dell’ultimo duplice omicidio, gli perquisirono la casa grazie a un’accusa anonima. Poi, nel 1994, la polizia tornò da lui e gli trovò 176 proiettili calibro 22, compatibili con quelli usati dal Mostro. Ne uscì pulito tutte e due le volte.

Oggi il punto pare riguardare la scomparsa di quattro pistole, tra le quali una Beretta calibro 22, il cui furto Vigilanti giura di avere regolarmente denunziato nel 2013: "Ci andavo a sparare al poligono e i magistrati le avevano anche viste" sostiene.

Le cronache degli ultimi giorni, ingenerosamente, si sono tutte concentrate su una sua comparsata in tv, nel 2005, quando aveva raccontato di un’evanescente eredità americana e della sua dura prigionia in Viet-Nam, alla Rambo. Si legge addirittura di una pista che legherebbe i 16 poveri morti alla "strategia della tensione" neofascista. Sembra un po’ tanto. Si vedrà.

Certo è che quel che resta dell’inchiesta sui delitti del Mostro, giuridicamente ferma al 2000 con le due condanne definitive di Mario Vanni e di Giancarlo Lotti (rispettivamente all’ergastolo e a 26 anni di reclusione), gira a vuoto e da allora ha provocato solo danni.

Nell’autunno 2001 l’attenzione degli investigatori s’era concentrata sui misteri di Villa Verde, una casa di riposo di Poggio ai Grilli (un centro 15 chilometri a sud di Firenze) dove il sospettato numero uno, Pietro Pacciani, aveva fatto lavoretti agricoli. Tra una perquisizione e l’altra, era emerso il nome di Jean-Claude Falbriard, un pittore francese ospite della villa fino al 1997: vi avrebbe lasciato quadri inquietanti, con donne mutilate, e una pistola.

A quel punto, Falbriaid era stato ricercato per mari e per monti, e i mass media l’avevano indicato come "il tassello mancante". Invece sarebbe bastato poco per evitargli la gogna: nei 17 anni degli omicidi non era mai entrato in Italia. Rintracciato, interrogato, era stato indagato per… porto abusivo d’arma. Poi era stato prosciolto, ma i giornali l’avevano trasformato in “supertestimone". Infine era sparito nel nulla. Il proprietario di Villa Verde, invece, è morto d’infarto: sua moglie giura sia stato lo stress.

Nell’ottobre 2001, nel bosco fiorentino di San Casciano, la procura aveva annunciato di avere individuato la "stanza segreta", un capanno dove sarebbero stati consumati i riti satanici del Mostro. Nella «cripta", in realtà, gli agenti avevano trovano più che altro uno spettacolo da Halloween: pipistrelli di plastica, scheletri di cartone, candeline. Gli inquirenti, però, non s’erano arresi: le scritte sui muri della cripta (era stato disposto addirittura di staccare l’intero blocco d’intonaco) erano state confrontate con una frase apparsa sopra un muro del centro di Firenze: "Pacciani è innocente, arrestate…". Purtroppo il resto della scritta era stato cancellato. Insomma, un altro buco nell’acqua.

A lanciare l’improbabile "pista satanica", in quel lontano 2001, era stata Gabriella Pasquali Carlizzi, assistente sociale nelle carceri, scrittrice e autrice di siti internet. Carlizzi aveva rivelato di essere stata presa molto sul serio dagli inquirenti, tanto da essere stata interrogata "una novantina di volte". Va detto che in rete restano tracce di suoi dialoghi anche con la Madonna di Fatima, e delle sue suggestive soluzioni per ogni mistero che abbia avvelenato la storia d’Italia.

Va aggiunto che nel 2000 Carlizzi ha anche subito una condanna (in primo grado) a due anni di reclusione per calunnia nei confronti dello scrittore Alberto Bevilacqua, un’altra vittima di questa storiaccia infinita: nel 1995 la donna aveva più volte, caparbiamente accusato l’autore della Califfa di essere il vero Mostro.

Altri inquirenti si sono invece affezionati alla tesi del "secondo livello" e sospettano l’esistenza di mandanti: medici maniaci, che avrebbero pagato gli assassini per procurarsi macabri feticci sessuali da usare per il loro piacere o per messe nere.

Un’indagine era decollata nel gennaio 2004, contro Francesco Calamandrei, farmacista di San Casciano Val di Pesa. S’ipotizzava un suo legame con il medico perugino Francesco Narducci, il cui cadavere nel 1985 era stato trovato nel lago Trasimeno ed era finito al centro di un altro mistero.

Narducci era stato coinvolto nella storia del Mostro come presunto «conservatore» dei feticci, mentre s’ipotizzava che Calamandrei fosse tra i mandanti dei delitti. Il processo, durante i quale il figlio del farmacista era morto per un’overdose, è finito con un’assoluzione piena nel maggio 2008. Anche Calamandrei è morto, di crepacuore, nel 2012.

Nel 2004, infine, era finito nei guai Mario Spezi, il migliore dei giornalisti “mostrologhi” fiorentini, e collaboratore anche di Panorama. Buffo, era stato proprio Spezi a fare i primi collegamenti tra i delitti del Mostro: senza di lui, forse, l’inchiesta sarebbe arrivata molto dopo, o forse mai.

Il giornalista s’era trasformato nel più duro critico dell’inchiesta. Era convinto che le piste sataniche e sui medici mandanti fossero folklore: credeva nell’omicida seriale e solitario. Spezi era stato intercettato, perquisito e indagato per favoreggiamento. A casa sua gli agenti avevano sequestrato di tutto, perfino una "piramide tronca in pietra a base esagonale, occultata dietro la porta della sala da pranzo".

Dicevano fosse simile a un oggetto rinvenuto anni prima, sulla scena di un delitto del Mostro, e che rimandasse a un rito satanico. "Ma stava dietro la porta perché è un comune fermaporta", rideva Spezi. Nel 2006 la procura di Perugia l’aveva arrestato per depistaggio e per concorso nell’omicidio del medico Narducci. Era rimasto in prigione 23 giorni, prima che la Cassazione lo liberasse e lo assolvesse in pieno. È morto anche lui, un anno fa, di cancro.

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