Il caso Sarah Scazzi non è più un processo. A suo modo, è diventato il triste paradigma di come funziona la giustizia italiana.

Per descrivere il disastro bastano alcune date, l’analisi dei tempi (e di alcune anomalie).

L’omicidio della povera ragazza di Avetrana avvenne quasi sei anni fa, il 26 agosto 2010.

Il 6 ottobre 2010 venne arrestato come omicida, reo confesso, lo zio di Sarah: Michele Messeri. Agli inquirenti disse di avere tentato di abusare della ragazza e di averla uccisa, e ammise anche di avere nascosto il corpo nel pozzo dove fu trovata. Poi Messeri ritrattò, accusando sua figlia Sabrina, che fu arrestata il 21 ottobre di quello stesso anno.

Servirono altri sette mesi, e il 26 maggio 2011 fu arrestata anche Cosima Serrano, madre di Sabrina, accusata di concorso in omicidio e di sequestro di persona.

Cinque giorni dopo fu invece scarcerato Misseri: erano trascorsi i termini della custodia cautelare per il reato di soppressione di cadavere, l’unico rimasto a suo carico.

Le indagini preliminari si sono chiuse il 1º luglio 2011 con l'incriminazione di 15 persone: reati dal concorso in omicidio alla soppressione di cadavere, al sequestro di persona, al furto, alle false dichiarazioni al pubblico ministero, alla soppressione di documenti, all’infedele patrocinio, al favoreggiamento e (come poteva mancare?) per intralcio alla giustizia.

Il processo di primo grado si è aperto davanti alla Corte d'assise di Taranto il 10 gennaio 2012 e si è chiuso il 20 aprile 2013 con la condanna all'ergastolo per Sabrina Misseri e per Cosima Serrano. Michele Misseri viene invece condannato a 8 anni per concorso in soppressione di cadavere.

Per le motivazioni della condanna di primo grado, però, si sono dovuti attendere 11 mesi.

Il 27 luglio 2015 la Corte d'appello di Taranto ha confermato le condanne.

Ma il 27 luglio scorso il professor Franco Coppi, difensore di Sabrina e Cosima Messeri, ha denunciato che le motivazioni della sentenza di secondo grado non sono mai state depositate, impedendo così il diritto di difesa delle due recluse: se non ci sono le motivazioni della condanna, infatti, l’avvocato non può fare ricorso in Cassazione.

Il motivo del ritardo? Il giudice incaricato di redigere le motivazioni, proprio nel periodo in cui si stava concludendo il processo, era anche componente di una commissione al concorso per entrare in magistratura. Per questo aveva chiesto e ottenuto una proroga dei termini di deposito delle motivazioni della sentenza.

Il 29 luglio, spinto dalla denuncia dell'avvocato Coppi, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha correttamente disposto un’ispezione nel Tribunale di Taranto.

Possiamo scommettere fin d’ora che il risultato sarà assolutorio: s'è mai visto che un qualsiasi ispettore del ministero (ovviamente un magistrato) scoprisse e verificasse inadempienze di un qualsiasi collega?

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