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I calcoli di Lega e Pdl e le speranze di Bersani

L'accordo tra Maroni e Berlusconi. L'azzardo neocentrista di Monti. L'auspicio di una larga vittoria da parte di Bersani. La prossima legislatura però potrebbe durare poco. È questa la scommessa del vecchio, nuovo, centrodestra

Silvio Berlusconi con Roberto Maroni nella sala stampa di Palazzo Chigi. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Alla Lega del risultato nazionale del 24 febbraio importa poco. Quel che interessa ala Carroccio è la Lombardia e con l’accordo che Maroni ha stipulato con Berlusconi, la conquista del Pirellone sembra a portata di mano. Sulla base di questo obiettivo, Berlusconi è riuscito a rimuovere il maggior ostacolo: l’umore diffuso fra i leghisti contro di lui. L’umore di base nel partito che fu di Bossi è ostile al PdL e, stando a quel che si legge su Facebook, Maroni deve pagare un pedaggio con il suo popolo, per aver portato a casa il risultato dell’accordo con il vecchio alleato. E Bossi stesso benedice l’accordo dicendo che “di Berlusconi ci si può fidare anche se ha commesso molti errori”. Resta il mugugno, restano le invettive nei web padani, ribolle quello stato d’animo esacerbato che è la caratteristica umorale della Lega, ma si tratta di cose superabili.

Intanto Berlusconi con questa manovra porta all’incasso il voto di coalizione con la Lega nelle elezioni politiche. Berlusconi e il PdL sono valutati oggi al 18 per cento, cui va aggiunto il voto di Fratelli d’Italia  e altri rami collaterali. In tutto si arriva a varcare la soglia del 20 per cento e tutto fa pensare che la campagna elettorale porterà nuovi consensi. Si è ridotto infatti il numero dei cittadini che dichiarano di astenersi e si va assottigliando anche quello di coloro che vogliono votare, ma non hanno ancora deciso per chi. La maggior parte degli indecisi viene dal voto per la destra, sono in sostanza berlusconiani delusi che però sono sensibili al richiamo del loro antico leader e in buona parte si stanno riavvicinando.

La Lega oggi pagherebbe nelle urne un certo prezzo per aver fatto l’accordo con Berlusconi, ma di qui al 24 febbraio molti angoli dovrebbero essere smussati e i cattivi umori possono sparire in un attimo come i cattivi odori.

Resta da vagliare la questione, secondo me più fittizia che reale, del candidato premier del centro destra. Maroni non poteva concludere l’accordo accettando addirittura in anticipo che Berlusconi fosse il candidato premier. E dunque i due leader hanno fatto ricorso a figure virtuali: la Lega dice che vorrebbe, in caso di vittoria, Tremonti a palazzo Chigi e Berlusconi dice che vorrebbe Alfano. Poi però lo stesso Berlusconi si lascia sfuggire qualche commento non esaltante su Alfano e taglia l’erba sotto il nome di Tremonti dicendo che l’ex ministro dell’economia “non sa fare squadra” e dunque sconsiglia.

Ma si tratta probabilmente di un gioco delle parti. Ciò che a Berlusconi e a Maroni importava era l’accordo elettorale che serve alla Lega per incassare la Lombardia e a Berlusconi per far crescere il centro destra e mettere in Parlamento in scacco il centro di Monti e Casini. L’ipotesi che il centro destra possa vincere le elezioni è molto remota, anche se il precedente del 1994 suggerisce che mai dire mai, e dunque sia Maroni che Berlusconi hanno considerato del tutto secondaria la questione del candidato premier. Alfano e Tremonti sembrano nomi di bandiera e se poi per un miracolo Berlusconi riuscisse a conquistare davvero l’impossibile maggioranza, allora si rivedrebbe tutto e certamente il Cavaliere otterrebbe il mandato come premier.

L’accordo fra Pdl e Lega rispetta ferreamente la logica e la meccanica della politica. In Italia l’elettorato di destra è ancora virtualmente maggioritario, lo è sempre  stato e oggi se tutti andassero a votare certamente la destra vincerebbe. Questo è un fatto storico, strutturale, che fa parte del Dna italiano: la maggioranza degli italiani non vuole la sinistra al potere. La sinistra questo lo sa storicamente e dunque sa anche che, se vuole vincere, deve mantenere la destra disunita, scoraggiata e depressa. Solo così la coalizione guidata dall’ex partito comunista sotto le sue successive e numerose denominazioni di cui quella di Partito democratico è soltanto l’ultima, può vincere. La condizione per la vittoria di Bersani è che resti altissimo il numero dei non votanti e che gli indecisi restino tali. E questa è la scommessa che ha accettato di giocare Berlusconi: tentare a rianimare il corpo dell’elettorato di destra ora in coma profondo e spingerlo alle urne. Il tempo è poco, le probabilità di successo sono scarse, ma sarebbero nulle se la Lea non fosse della partita. Per questo Berlusconi ha fatto il suo pressing vincente su Maroni prospettandogli il peggior scenario possibile: perdere sia le elezioni politiche che la Lombardia. Ma anche, per ritorsione, il Veneto e il Piemonte. Che fare? Maroni ha seguito la logica, fingendo di impuntarsi soltanto sulla questione del candidato premier. E’ stato lo stesso Berlusconi a suggerire questa via d’uscita e lo ha fatto candidando come primo ministro Alfano, che è sicuro di poter controllare.

Questo nuovo accordo scompagina di nuovo il quadro politico, in cui Monti non riesce ancora a trovare lo spessore che immaginava, anche per la vistosa defezione di Passera che giudica pubblicamente il programma di governo del professore come insufficiente e deludente. Monti d’altra parte non fa mistero del suoi modesti intendimenti: si prepara infatti ad essere, per usare le parole di Eugenio Scalfari che gli ha dato il benservito, il “Ghino di Tacco” del nuovo Parlamento. Ghino di Tacco fu un celebre masnadiero padrone e signore del passo di Radicofani, un passo chiave per le comunicazioni fra centro e nord, il quale faceva pagare altissimi pedaggi e determinava le politiche commerciali dei suoi vassalli. Oggi Monti pensa di poter conquistare in Senato i seggi che potrebbero mancare a Bersani per avere la maggioranza in entrambe le Camere. E impone, come Ghino di Tacco, il suo prezzo: la presidenza del Consiglio per se stesso, lasciando a terra Bersani il mastica amaro: “Io vincerò sia la Camera che il Senato – dice il leader del PD – e quando avrò vinto offrirò l’allargamento della maggioranza anche ai centristi”. Naturalmente Bersani non può essere sicuro di vincere anche al Senato e dunque il ricatto centrista potrebbe avere senso a bocce ferme. E in quel gioco Berlusconi pensa di poter entrare come protagonista. Lo scopo? Azzardo: mandare al diavolo la legislatura prossima ventura e affossarla così da rendere necessarie nuove elezioni entro un anno, depurando  la politica da tutti i nuovismi pericolosi e fastidiosi che si profilano oggi ma che sono destinati a breve vita, come gli stessi grillini (in calo verticale), gli Ingroia e Di Pietro che è  praticamente estinto. Insomma, quando il gioco si fa duro i duri scendono in campo, ma è ancora un campo troppo affollato per poter essere sicuri sul tipo di partita che si andrà a giocare.

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